Il Problema è l'Europa

Re: Il Problema è l'Europa  

  By: Gano di Maganza on Domenica 19 Maggio 2019 17:03

Non lo so perché non ero a Milano

 

 

Re: Il Problema è l'Europa  

  By: gianlini on Domenica 19 Maggio 2019 16:32

Non mi risulta che garage sia un ministro ne che questo Brexit party faccia parte del governo

Sbaglio o la manifestazione di ieri a Milano è stata un mezzo flop?


 Last edited by: gianlini on Domenica 19 Maggio 2019 16:35, edited 2 times in total.

Re: Il Problema è l'Europa  

  By: Gano di Maganza on Domenica 19 Maggio 2019 16:17

Come mai Farage può dirlo senza fare schizzare lo spread? Vorrei una risposta onesta.

 

 

Re: Il Problema è l'Europa  

  By: Gano di Maganza on Sabato 18 Maggio 2019 21:06

 "L’Italia sta uscendo silenziosamente dall’Ue e dall’euro”

 

Me lo auguro.

Re: Il Problema è l'Europa  

  By: shera on Sabato 18 Maggio 2019 18:37

I gilet gialli non fanno un partito?

chiedo a Gano che in base a quanto compreso da Gianlini è il capo occulto

Re: Il Problema è l'Europa  

  By: Tuco on Lunedì 06 Maggio 2019 19:53

 

Sapevano, lo sanno, tutti.

 

 


 Last edited by: Tuco on Lunedì 06 Maggio 2019 19:58, edited 2 times in total.

Re: Il Problema è l'Europa  

  By: shera on Lunedì 06 Maggio 2019 16:46

io questo giro voto la Bonino, solo lei è a favore dell'aborto ricreativo, sarà divertente facciamolo per l'europa!

 

 

Re: Il Problema è l'Europa  

  By: lmwillys1 on Lunedì 06 Maggio 2019 16:07

'Dialogo di Mario Monti con Claudio Cerasa'

 

scusa Tuco ... ma ti sembra una roba su cui scrivere 'da leggere' ?

Re: Il Problema è l'Europa  

  By: hobi50 on Lunedì 06 Maggio 2019 15:46

Anti,il trumpanaro vinse  le elezioni anche con la promessa di AZZERARE il debito statale in 20 anni .

Invece se gli USA soffrissero due recessioni in 20 anni ,il debito si triplicherebbe.

Cosa è cambiato in un anno : NULLA.

Salvo che la politica ora è spregiudicata come lo erano i democristiani ed i socialisti italiani di 40 anni fa.

Oramai quasi tutti hanno capito che nell'economia moderna il problema non è la supply side ma la demand side.

Per cui anche quando la domanda VERA ( quella delle imprese ) non c'è e quindi il sistema bancario perde di ruolo ,c'è sempre lo stato che può fare domanda .

Tanto il debito lo pagano ( spesso ma non sempre ) quelli che vengono dopo.

Poi è pure intervenuta la MMT che ha messo nelle teste bacate degli idioti che si puo spendere a go-go moneta statale.

Invece la MMT correttamente postula la possibilità di spendere a go-go moneta statale solo se non si provoca inflazione il che avviene ,praticamente ,solo quando si investe proficuamente.

Comunque non ci sarebbe bisogno neppure della teoria MMT( che è modestissima ),solo che si cambiasse la normativa di redazione del bilancio dello stato.

Basterebbe che gli investimenti non fossero sottoposti al vincolo del pareggio di bilancio .

Cosa che avviene normalmente nella redazione di un bilancio di una qualsiasi azienda in cui le spese per investimento vengono capitalizzate.

 

Hobi

 

Re: Il Problema è l'Europa  

  By: antitrader on Lunedì 06 Maggio 2019 13:45

Il tizio sta diventando un vecchio malvissuto. Anche lui ignora gli spiriti animali  dell'economia e dei mercati.

Del resto i suoi "investimenti" consistono in 30 bilocali, praticamente a mo' di una portinaia qualsiasi.

Le sue argomentazioni sono incontestabili dal punto di vista teorico, ma proprio qui casca l'asino, nel

momento in cui (infischiandosene della dottrina economica) tutti gli stati, in primis gli USA, fan debiti a

rotta di collo qualche dubbio ti deve venire circa "la disciplina di bilancio".

La vera mazzata l'Italia non la prese nel 2009 ma nel 2011 sulla scia del bunga bunga, la culona e altre

amenita'. Poi arrivo' il salvatore, ma in realta' i mercati non e' che apprezzarono molto, sul secondo picco

dello spread era gia' pronto a dimettersi in un fallimento totale, poi arrivo' il "whatever it takes" e

raddrizzo' la baracca seppur rimasta traballante.

C'e' da dire pero' che, prima di lui, l'Italia era completamente alla merce' di una banda di malavitosi, i

quali, prima gli votarono tutto, e poi gli rovesciarono addosso tutte le responsabilita'.

 

 

 

Re: Il Problema è l'Europa  

  By: Tuco on Lunedì 06 Maggio 2019 12:15

Nuovo appello del Dottor Morte

(da leggere)

 

“Altro che crescita. L’Italia sta uscendo silenziosamente dall’Ue e dall’euro”

Dialogo di Mario Monti con Claudio Cerasa
Il Foglio, 1 maggio 2019

Sotto molti punti di vista, nonostante l’entusiasmo del governo, i dati offerti ieri dall’Istat rispetto alla crescita dei primi tre mesi dell’anno (+0,2) ci ricordano ancora una volta che l’anno bellissimo immaginato dal premier Giuseppe Conte sta dando ogni giorno prova di essere un anno non solo brutto ma anche preoccupante. Le difficoltà economiche patite oggi dall’Italia (che ha scampato la recessione ma non si è allontanata di molto dalla crescita zero, registrando una crescita nel primo trimestre della metà rispetto alla media dell’Eurozona, che la fa essere ancora il fanalino d’Europa) non sono paragonabili a quelle registrate nell’autunno di otto anni fa ma giorno dopo giorno la traiettoria imboccata dal governo del cambiamento ricorda per alcuni versi i mesi che precedettero la crisi del 2011. L’occupazione ha dato segnali di vitalità dimostrando che la scorza italiana è più solida di quanto si potrebbe credere (a marzo la stima degli occupati è in crescita rispetto a febbraio, +0,3 per cento, e anche il tasso di occupazione sale dello 0,2, ma rispetto ai mesi precedenti al giuramento del governo Conte in Italia ci sono 35 mila occupati in meno, di cui 19 mila a tempo indeterminato) ma nonostante questo il debito pubblico aumenta, la spesa pubblica cresce, il deficit è fuori controllo, la pressione fiscale sale, le agenzie di rating vedono nero sul nostro futuro, i rendimenti dei titoli di stato continuano a essere a livelli allarmanti, la crescita si aggira attorno allo zero e il fatto che lo spread continui a essere “solo” intorno ai 250 punti base è una magra consolazione considerando il fatto che nel 2011, quando il bazooka della Bce non era ancora stato attivato, lo spread passò da quota 220 a quota 574 in appena cinque mesi, da luglio a novembre.

Dici 2011, lo dici sotto voce, lo sussurri con prudenza, lo nomini sapendo che per fortuna il 2019 non è ancora come il 2011, e il pensiero vola veloce verso l’uomo che nell’autunno di otto anni fa venne chiamato a riordinare i conti dell’Italia: Mario Monti. L’ex presidente del Consiglio accetta di dialogare con il Foglio per provare a inquadrare lo stato di salute della nostra economia e ascoltando le sue parole è difficile individuare un qualche elemento di ottimismo per il futuro prossimo del paese.

“Il vero punto debole dell’Italia – ci dice Mario Monti – è certamente il disorientamento. Agli aspri dibattiti sull’eventuale uscita dall’Unione europea o dall’euro è subentrata silenziosamente una sorta di uscita di fatto dalla Ue e dall’euro. Dalla Ue, perché con una serie di mosse disordinate, incoerenti, verbalmente aggressive, il governo si è privato della possibilità di influenzare le decisioni europee. Dall’euro perché, pur non essendone formalmente usciti, e osservandone malvolentieri le regole, il governo sembra non porsi il problema di come riaccendere la crescita, forse pensando che questo si possa fare distribuendo denaro pubblico. Non è così che si può crescere, né dentro né fuori dall’euro”.
Facciamo notare a Mario Monti che il governo del cambiamento, in realtà, sostiene di non essere causa del peggioramento dell’economia italiana, attribuendo a fattori esterni le responsabilità dei problemi del paese. L’ex presidente del Consiglio ha qualche dubbio.
“Vorrei che avessero ragione, perché all’inizio speravo che questo governo, meno legato a tradizionali interessi costituiti, volesse portare una ventata di concorrenza, di lotta alle rendite, di equità fiscale e di lotta all’evasione. Così non è stato. Inoltre, con le danze della pioggia e dei balconi inscenate periodicamente intorno al pacato, ma per fortuna coriaceo, ministro Tria sulla politica di bilancio, i partiti della maggioranza hanno fatto di tutto, riuscendoci, a innalzare e mantenere elevati, ben al di sopra degli altri paesi, lo spread e i tassi di interesse. Si è così frenata l’attività economica e si è seminata incertezza presso gli investitori ma anche tra i consumatori. Purtroppo, dunque, il governo ha torto. Il suo contributo alla recessione o alla crescita zero l’ha dato, eccome”.

La crescita zero, o giù di lì, costituisce un problema non da poco in vista della prossima legge di stabilità. Nei prossimi due anni ci sono 53 miliardi di clausole di salvaguardia da coprire e allora chiediamo a Monti se in vista di quell’appuntamento sia legittimo o no aspettarsi una tassa patrimoniale per far tornare i conti.
“Non ci sarebbe niente di strano. Una patrimoniale annuale ad aliquota moderata esiste in vari paesi che consideriamo civili come o più del nostro. Se vogliamo che l’occupazione aumenti, non basta stimolare la domanda, meglio se con investimenti che invece scarseggiano. Occorre anche rendere meno pesanti, come avviene in altri paesi, gli oneri fiscali e sociali sul lavoro. Il punto però è un altro, secondo me. Per introdurre un’imposta patrimoniale, ci vuole un governo serio. Serio nel senso che tenga più al bene del paese che al proprio consenso giornaliero nei sondaggi, altrimenti non prenderà mai una misura del genere. E serio nel senso che persegua una politica di bilancio responsabile, altrimenti il gettito di un’eventuale patrimoniale andrà a finanziare nuove spese e non a ridurre il debito pubblico. Il primo requisito oggi non si verifica certo. Il secondo forse sì, ma solo finché ‘tiene’ il gia’ citato ministro dell’Economia”.

Negli ultimi tempi, molti osservatori sono tornati a far notare che in presenza di un paese con grandi difficoltà economiche il tema del l'uscita dall’euro potrebbe dolorosamente tornare di attualità. L’ex premier Paolo Gentiloni, due giorni fa, ha detto che in Italia esiste ancora il rischio Italexit. Un tale scenario è davvero tornato a essere una possibilità?

“Il rischio – dice Monti – è latente. Alcuni esponenti più battaglieri nei ranghi dei 5 Stelle e della Lega, pur non parlando più di uscita dall’euro per non turbare i mercati, danno però l’impressione di mordersi le labbra. Il dibattito è sempre lì, pronto a riesplodere. Sarebbe invece auspicabile che ci fosse un confronto, schietto e forte, su quale sia il modello di economia che le diverse forze politiche hanno in mente per l’Italia. Una moderna economia di mercato basata su un severo rispetto delle regole di concorrenza e accompagnata da un’efficace redistribuzione attraverso il sistema fiscale? Un’economia diretta dallo stato e con un marcato ruolo del medesimo nel garantire il benessere dei singoli? Un sistema economico con le briglie molto più sciolte nei confronti degli impulsi del capitalismo e dello spirito imprenditoriale? Un’economia più chiusa di quella attuale, con l’ambizione di sottrarsi in parte almeno alle esigenze della competitività? E’ bene che non viga un “pensiero unico”, ma avere un pensiero non guasterebbe”.

Il Foglio ha definito il governo del cambiamento come il governo degli Inganna popolo, in quanto formato da leader politici concentrati a risolvere più i problemi legati all’agenda della percezione che della realtà. Al netto dei dati del pil di ieri e dei dati dell’occupazione, cosa la preoccupa dell’agenda del governo? E quanto possono fare male all’Italia quota cento e reddito di cittadinanza?
“Lega e M5S vogliono dare l’impressione di lavorare – loro, a differenza di tutti “quelli di prima” – per la sovranità del popolo e della nazione. Il Foglio purtroppo ha ragione: a sopportare le conseguenze di questo modo di governare sono proprio il popolo e la sovranità effettiva della nazione. Questa, nell’isolamento del paese e nella quotidiana lezione di diseducazione civica - impartita con le parole, l’esempio e le divise soprattutto da un vicepresidente del Consiglio, quello che sembra essere anche ministro degli Esteri – non era mai caduta così in basso. Il reddito di cittadinanza e quota 100 ? Il primo ha dei meriti, ma è perverso finanziarlo in disavanzo, cioè farlo pagare agli italiani di domani che, se andiamo avanti così, saranno mediamente più poveri di quelli di oggi. Quota cento è un’attenuazione molto limitata del peso della riforma Fornero (che reca come prima firma la mia e di cui sono pienamente corresponsabile con Elsa Fornero), ma intanto si e’ trasmessa ancora una volta ai cittadini l’idea che va benissimo far gravare sui nostri successori i sacrifici che non vogliamo fare noi”.

Il pil è ovviamente importante, ma da tempo gli elettori sembrano votare senza considerare come prioritari gli effetti e il ciclo del pil. Esiste un altro indicatore che le viene in mente che andrebbe osservato con più attenzione per capire il vero stato di salute di un paese?

“Sì, gli esodi dall’Italia (numero, età, qualificazione, ecc.) e gli ingressi in Italia (immigrazione, di vari tipi, qualificazioni, provenienze). In altri termini: che cosa vuol dire ‘italiano’, chi vuole diventarlo, chi vuole cessare di esserlo, con quali forze dovrà affermarsi l’Italia nel futuro? Mentre sproloquiamo su ‘prima gli italiani’, non guardiamo a come l’aggettivo ‘italiano’ cambia sotto i nostri occhi. Non costruiamo una visione dell’Italia, ci limitiamo a considerare il territorio che oggi si chiama Italia come se fosse cosa nostra, come se lo fosse sempre stato, come se fosse destinato ad esserlo per sempre”.

Quali sono oggi quattro valori non negoziabili che un’economia come l’Italia dovrebbe far diventare prioritari?

“Rispetto delle élite, purché siano davvero fondate sulla competenza, il merito, l’integrità. Circolazione delle élite o ascensore sociale : verifiche rigorose su chi ha posizioni rilevanti, potenziamento della scuola, imposte significative sulle successioni, imposta patrimoniale. Rafforzamento delle sovranità alle quali l’Italia partecipa : più Europa efficace. Confronto obbligatorio tra le forze politiche, sociali, culturali sull’Italia al 2030: dove rischiamo di finire, come evitarlo”.

Un anno e mezzo fa Monti sostenne che l’impatto con l’Europa avrebbe riportato a terra i populisti. Ma il populismo italiano può davvero avere le caratteristiche per essere normalizzato?

“Si sarà capito che io preferisco usare il termine ‘sovranista”, tra virgolette perché chi coltiva la sovranità a livello nazionale, nel mondo di oggi, condanna la sua nazione a perdere di fatto sovranità – a vantaggio dei mercati, degli speculatori, delle grande piattaforme digitali – invece che a guadagnarne, come ormai si può fare solo condividendola in sede Ue. Comunque, il punto più attaccabile della triade sovranismo-populismo-nazionalismo è il sovranismo, perché promette il falso in modo evidente. Anche il populismo e soprattutto il nazionalismo possono portare a catastrofi – l’abbiamo visto con due guerre mondiali – ma chi si presenta come populista o nazionalista è orgoglioso di esserlo. Gli si fa solo piacere, a chiamarlo populista o nazionalista. In definitiva direi di sì: i sovranisti italiani, dopo aver fatto il loro Erasmus al Parlamento europeo, diventeranno cittadini, italiani ed europei, più consapevoli”.

A prescindere da quello che ciascuno di noi può pensare, rispetto ai due campioni del populismo italiano esiste un tema sul quale il governo potrebbe trovare una buona disponibilità al dialogo in Europa dopo le elezioni di maggio: rivedere il patto di stabilità. Anche Monti è convinto che sia arrivato il momento di lavorare a una modifica dei trattati?

“Il momento di modificare il patto di stabilità, secondo me, è arrivato da anni. Occorre modificarlo in un modo che non richieda necessariamente modifiche dei trattati, se no ci vorrebbero tempi molto lunghi e vi sarebbero i rischi legati alle ratifiche. A mio parere, senza modificare il trattato si dovrebbero stabilire maglie esplicitamente più larghe per i disavanzi dovuti agli investimenti pubblici (seriamente definiti e verificati in sede Ue) e maglie più strette, con flessibilità minore di oggi o nulla, per i disavanzi dovuti alla spesa pubblica corrente. Purtroppo la Commissione Juncker nel 2015 ha invece scelto la strada della flessibilità erogata in modo piuttosto discrezionale a questo o quel paese, di fatto incoraggiando la spesa corrente di sussidio in disavanzo, tipo gli 80 euro o il reddito di cittadinanza, e non stimolando gli investimenti. Sfortunatamente l’Italia di oggi, che a volte si sente grande solo perché è verbalmente aggressiva con la Francia o la Germania, è riuscita a tagliarsi fuori dalle conversazioni in corso tra quei paesi per le riforme della governance economica. Quindi finirà per subire ciò che altri avranno elaborato”.

E’ d’accordo con chi dice che la prossima Commissione europea, a prescindere da come andranno le elezioni, difficilmente sarà più flessibile nei confronti dell’Italia?

“E’ molto difficile immaginare ora il contesto. Suppongo che il presidente della Commissione difficilmente proverrà da un partito sovranista, ; che l’Italia cercherà di nominare un commissario di estrazione sovranista ma in grado di dialogare anche con chi crede nella Ue ; che la maggioranza dei commissari non sarà sovranista, come non lo sarà la maggioranza parlamentare che si formerà dopo le elezioni. Gli europeisti, ma anche i sovranisti degli altri paesi, non penso avranno verso l’attuale maggioranza di governo italiana motivi di gratitudine o di simpatia, dopo un anno di guasconate e di inaffidabilità. Certo, l’Italia è un paese grande e importante, nessuno si può permettere che vada in malora. Magari si farà qualcosa per salvarla, se proprio necessario, ma con fastidio e in modo che l’Italia perda ulteriormente potere e prestigio”.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha detto che non si baratta un maggiore ordine con una minore libertà. Monti vede in giro per l’Europa il rischio di una tentazione nazionalista simile a quello già registrato ai tempi dei regimi autoritari?

“Trovo che quella frase del Capo dello stato sia stata forte ed efficacissima perché ha colpito esattamente il punto di ingresso di molti normali cittadini nel mondo della volontaria sottomissione. Accettano quel baratto perché non si rendono conto dove ha spesso portato nella storia un’iniziale piccola rinuncia alla libertà nella speranza, o nell’illusione, di avere più sicurezza. Un grande successo storico dell’Italia è stato l’avere sconfitto il terrorismo degli anni 70 e 80 senza misure straordinarie”.

La nostra conversazione con Mario Monti arriva così al nodo centrale che è quello della possibile e non auspicabile simmetria tra la traiettoria imboccata oggi dal governo populista e quella in cui venne a trovarsi nel 2011 il governo di centrodestra. Monti crede davvero che in assenza di una svolta l’Italia sia avviata a un percorso simile a quello intrapreso nel 2011?

“Veramente – nota Monti – nel 2011 eravamo in molti, in Italia e all’estero, a intravedere la crisi finanziaria che si stava profilando per il nostro paese, anche se poi è toccato a me e al governo di emergenza nato nel novembre di evitare che quella crisi sfociasse in un default. Oggi le circostanze per l’insieme dell’Eurozona sono più favorevoli di allora, ma questo fa risaltare ancor più la posizione dell’Italia come il solo paese che per i mercati e gli osservatori presenta un rischio che si distacca sensibilmente verso l’alto rispetto a quello medio degli altri paesi”.

Monti pensa che questo governo abbia in astratto le caratteristiche per poter invertire la rotta della crescita zero e del debito alto o dovrà essere necessariamente un altro esecutivo a intervenire per riportare l’Italia nella giusta carreggiata?

“Questo governo? Mah, è sempre più difficile capire se l’Italia abbia un governo, ne abbia due o non ne abbia nessuno. Certo, se volessimo essere franchi, non c’è un governo che dimostri di tenere davvero all’interesse generale del paese. Purtroppo, persino noi cittadini e i media ci siamo abituati a considerare normale che chi governa consideri come proprio obiettivo ottenere il massimo dei consensi. Se i cittadini hanno perso la capacità di indignarsi, è difficile che chi governa, chi fa politica senta lo sprone dell’opinione pubblica”.

Le parole di Monti, a proposito di assuefazione, ci portano a chiedere all’ex premier se al netto delle differenze formali tra Salvini e Di Maio non ci sia in realtà una simmetria più profonda tra l’identità della Lega e quella del M5s. Monti, con finta diplomazia, la mette così:

“Gli stili – se è lecito usare questa parola – sono molto diversi. Ma alcuni aspetti sostanziali sono effettivamente molto simili. Sembrano entrambi ‘ministri della Comunicazione’, non ministri all’opera sulle materie che sarebbero state affidate a loro. Non rispettano né nella forma né nel merito la divisione delle competenze e delle responsabilità. Si comportano come se l’essere capi dei rispettivi partiti legittimasse ciascuno di loro a prendere posizioni, nel paese e verso l’estero, su tutto l’arco delle attività del governo. In certi giorni, su un determinato problema, può accadere che non vi sia nessuna posizione del governo (se è meglio evitare o posporre un tema spinoso) oppure due (di Di Maio e di Salvini) oppure tre (se anche il presidente del Consiglio Conte si è permesso di dire la sua), solo raramente una e una sola (quella di Conte, che parla a nome dell’intero governo e non è contraddetto da nessuno). Quella che dovrebbe essere la normalità del buon governo diventa l’eccezione”.

Secondo molti osservatori, l’Italia oggi è in qualche modo il servo sciocco di coloro che usano la debolezza del nostro paese per indebolire l’Europa. Anche Monti pensa che sia così?

“Purtroppo credo proprio di sì. Il nostro paese, forse quello più radicato nella cultura europea, vuole chiudersi al mondo. Ma intanto si apre selettivamente, con orgoglio malposto, a tutte le influenze palesi o occulte che, per favorire grandi potenze spesso non democratiche che vogliono indebolire la Ue, usano Roma come ventre molle o cavallo di Troia. Da Bannon a Putin a Erdogan. Sei un avversario di un’Europa forte e indipendente? Allora l’Italia è con te”.

Pensi all’economia, pensi al governo, pensi al futuro e non puoi non pensare all’Europa. Chiediamo a Monti: è possibile trarre una lezione su ciò che ribolle davvero nella pancia di Lega e M5s osservando le loro alleanze in Europa?

“Queste alleanze – dice con un sorriso Monti – della Lega ci dicono che esiste una certa coerenza ‘sovranista’: mi alleo con chi, come me, vuole ridimensionare i poteri della Ue rispetto agli stati membri e vorrebbe chiudere i confini dell’Europa alle immigrazioni. Solo queste due, però sono le linee su cui Salvini e i suoi alleati possono aggregarsi. Sul resto, divergono sulla redistribuzione dei rifugiati tra paesi, sulla disciplina di bilancio, sui rapporti con la Russia. Per il M5s, le alleanze scelte in Europa fanno invece venire in mente i moti browniani della Fisica: si vede un frenetico movimento, ma non è facile comprenderne ne’ la logica, né l’approdo”.

A voler citare Flaiano, si potrebbe dire, giocando con le parole di Monti, che ancora una volta, in Italia, la situazione politica è grave ma non è seria. Il ragionamento si potrebbe concludere così. Se non fosse che avere alla guida della settima economia più importante del pianeta una coppia di partiti che non si rende conto dei danni che sta combinando all’Italia consiglierebbe di rivedere il motto di Flaiano: in Italia, di solito, la situazione politica è grave ma non è seria, ma per una volta la situazione politica, grazie all’impegno di Salvini e Di Maio, è tanto seria quanto grave. Non siamo ancora nel 2011 ma la strada per il collasso c’è e fino a nuovo ordine è quella la strada drammaticamente imboccata dal governo italiano.


 Last edited by: Tuco on Lunedì 06 Maggio 2019 12:17, edited 2 times in total.

Re: Il Problema è l'Europa  

  By: Gano di Maganza on Lunedì 06 Maggio 2019 10:49

Nicola Zingaretti, L’Espresso: “Segretario Pd indagato per finanziamento illecito”

 

'nnamo bene...

Re: Il Problema è l'Europa  

  By: pana on Lunedì 06 Maggio 2019 06:36

"le dimissioni del sottosegretario non mi soddisfano non basta chiedere scusa e dimettersi "

SALVINI 2017 sul sottosegretario Vicari (PD) indagato per corruzioe....

LA COERENZA...

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/05/05/siri-m5s-lega-tiri-fuori-le-palle-la-replica-governo-va-avanti-basta-che-smettete-di-chiacchierare-e-rompere-le-scatole/5154845/


 Last edited by: pana on Lunedì 06 Maggio 2019 06:37, edited 1 time in total.

Re: Il Problema è l'Europa  

  By: XTOL on Martedì 30 Aprile 2019 09:54

l'ho letto.

vado a vomitare

Re: Il Problema è l'Europa  

  By: Tuco on Martedì 30 Aprile 2019 09:33

La cosa simpatica è che adesso i commenti FB in coda son tutti ossequiosi e positivi ( ovviamente pesantemente moderati ).

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Politici cinici e ignari di Europa
Con loro la Ue è a rischio

Intervista di Mario Monti a Alberto Ceresoli
L’Eco di Bergamo, 26 aprile 2019


Cos’è l’Europa per Mario Monti?

«L’Europa è stata il filo conduttore della mia vita civile e professionale. L’integrazione europea l’ho studiata, insegnata, spiegata all’opinione pubblica, messa in pratica.

Quando, dal 1995 al 2004, sono stato commissario europeo a Bruxelles, ho potuto impegnarmi direttamente per rendere l’integrazione più solida, per estenderla a nuovi Paesi, per farne rispettare le norme da parte dei governi e delle imprese, non solo europee ma anche dei Paesi terzi, a cominciare dalle multinazionali americane.

Quando infine, nel novembre 2011, il Presidente Napolitano mi ha chiamato a Roma per formare e guidare un governo di emergenza per fronteggiare la crisi finanziaria che aveva paralizzato governo e Parlamento, ho operato ovviamente nell’interesse dell’Italia. Ma questo esigeva che venisse riconquistata al più presto, prima di tutto in Europa, la fiducia della comunità internazionale e dei mercati, proprio come era di vitale importanza per l’Europa che il nostro Stato non cadesse nel precipizio di un default che probabilmente avrebbe portato alla dissoluzione dell’euro.

Sì, in tutte le fasi della mia vita e in ogni funzione ricoperta ho agito nella convinzione che tra i veri interessi nazionali del nostro Paese e l’avanzamento della costruzione europea vi fosse piena coincidenza. Oggi, questa convinzione è in me più forte che mai malgrado il diffondersi delle posizioni sovraniste, anzi proprio a causa di quelle posizioni. Se esse dovessero prevalere, l’Italia si ritroverebbe nei fatti ancor meno “sovrana” di oggi. E molto meno sovrana di quanto lo sarebbe con un’Europa meglio dotata di oggi dei poteri necessari per esercitare nel mondo, con efficacia, una sovranità condivisa a livello continentale».

Poco più di sei anni fa, nel presentare il suo libro «La democrazia in Europa», scritto a quattro mani con Sylvie Goulard, la sua idea di Europa era stata sintetizzata così: un’ Unione costruita male, senza un popolo che si senta tale, ma con un futuro possibile e necessario anche se ancora tutto da inventare. È ancora così?

«Il nostro libro, “La democrazia in Europa”, aveva un sottotitolo: “Guardare lontano”. Sylvie Goulard e io scrivevamo che, a nostro parere, le difficoltà della costruzione europea andavano aumentando in primo luogo per la deriva sempre più visibile nel funzionamento dei sistemi politici nazionali. Dominati sempre più dall’esigenza ossessiva del consenso nel breve, anzi brevissimo periodo – di qui il nostro richiamo a “guardare lontano” – i politici e i governi nazionali hanno gradualmente perso la volontà e la capacità di investire nel progetto europeo, un grande impegno comune di lungo periodo, nell’interesse di tutti. Invece, molti di essi hanno sempre più “usato” le manchevolezze, vere o presunte, dell’Europa, e perfino i benefici provenienti dall’Europa, per cercare di acquisire consenso nel Paese, additando le prime come causa di quel che va male e rivendicando essi il merito dei benefici.

Quanto potrà ancora progredire la costruzione europea se coloro che dovrebbero esserne i “costruttori” più importanti – i capi dei governi nazionali, che formano il Consiglio europeo – fanno sempre più uso dell’Europa a fini politici propri (magari si trattasse davvero di “interessi nazionali” …) anziché vederla come cantiere di una solida casa comune per gli europei di domani ? Può l’Europa svilupparsi se gli Helmut Kohl sono sempre più rari e i David Cameron sempre più frequenti ?».

In realtà l’Europa, come voi stessi spiegavate in quel saggio, più che un Paese è un processo di integrazione. Che - da quando è iniziato - ha fatto più passi avanti o più passi indietro? E comunque è un processo che arriverà mai ad una fine? E se sì, è possibile ipotizzare quando?

«Sicuramente ha fatto più passi avanti che indietro! Ha preservato per settant’anni la pace tra Paesi che in passato erano spesso in guerra e che sono stati all’origine di due guerre mondiali in venticinque anni. Ha costruito il mercato unico più grande del mondo. Da molte monete nazionali fragili ha creato una moneta unica forte, la seconda più importante al mondo. Ha contribuito ad unire in un sistema basato sulla legge, non sulla prepotenza, ventotto Paesi, ciascuno dei quali ha voluto fortemente entrarvi».

Passi indietro?
«Molti anche i passi indietro, è innegabile, ma soprattutto i mancati passi avanti. Questi sarebbero stati necessari e anche possibili, se non fosse spesso prevalso l’interesse politico-partitico (presentato spesso con la foglia di fico dell’interesse nazionale) di questo o di quello nel frenare. Cito le gravi lacune in materia di politica fiscale, di politica delle migrazioni, di politica estera e della difesa. Là dove invece gli Stati si sono decisi a dare i poteri al livello comunitario, sotto il controllo del Parlamento europeo, abbiamo storie di grande forza dell’Europa : la moneta, la concorrenza e l’antitrust, il commercio internazionale, la ricerca.

Come diciamo nel libro, l’Unione Europea per noi è un “flusso”, un divenire, non uno “stato”. Non ha bisogno di diventare uno “Stato”, gli Stati Uniti d’Europa, per rendere migliore e più sicura la vita degli europei e per difendere e affermare nel mondo i valori della civiltà europea. Certo l’ulteriore integrazione che occorre per realizzare questi obiettivi non si farà senza una “ribellione” dei cittadini. Non si farà finchè noi cittadini europei tollereremo che politici cinici – mentre ci lavano il cervello con secchiate di “sovranità” e di “nazione” - trasformino poco alla volta i nostri Paesi in vassalli di regimi autoritari extraeuropei, perché ostacolano il rafforzarsi di quella Ue che, scomoda per i loro interessi in quanto limita gli abusi anche da parte di chi governa, è vitale nell’interesse nostro di cittadini e dei nostri figli».

Come giudica il contrasto (se esiste) tra establishment ed opinione pubblica e il ruolo della tecnocrazia nel rapporto con la politica?

«L’establishment, inteso come classe dirigente o élite, esiste in ogni Paese, con ogni sistema politico. Il problema si ha quando l’élite si consolida indipendentemente dai meriti ed è difficile, anche per i meritevoli, entrare a farne parte. Fa difetto, allora, la “circolazione delle élite”. La società diviene iniqua, l’economia stagnante. Questo è, per l’Italia, un tema drammatico.

Agli infuocati attacchi all’élite si accompagna curiosamente, soprattutto nella sinistra e nei movimenti che si dicono “populisti”, la mancanza di interventi che servirebbero a stimolare la circolazione delle élites : il riconoscimento del merito, la tassazione progressiva (in Italia ora si tende a preferire la flat tax), un’imposizione sulle successioni del livello riscontrabile in altri Paesi (in Italia è più bassa), una modesta ma ricorrente imposta patrimoniale (anatema, in Italia). Finiremo così per avere un’élite sempre più sclerotica e che non si rinnova, un odio sempre maggiore per le élites, una politica che disdegna sempre più le competenze».

E il rapporto tra politica e tecnocrazia?

«A me sembra che la competenza tecnica (“tecno”) possa diventare “tecnocrazia” in due casi: se soggetti diversi dai rappresentanti politici eletti dal popolo “prendono” il potere, ad esempio con un colpo di stato ; oppure se i rappresentanti politici, in una determinata situazione, decidono liberamente di ricorrere a qualcuno che ritengono in grado, per competenza, credibilità, forse anche per la sua estraneità ai partiti politici, di esercitare i poteri di governo meglio di come essi, nelle circostanze, sarebbero in grado di fare. Allora gli conferiscono, con la designazione o con un voto di fiducia, il potere di governare, creando essi una “tecno-crazia”.

A mio parere, la prima forma di tecnocrazia va rigettata completamente, in quanto estranea alla democrazia. Quanto alla seconda, se vi si ricorre è segno che la politica è in crisi grave. L’ideale, sempre secondo me, è che il processo di selezione dei politici valorizzi anche le competenze, per farne dei politici più consapevoli e anche più capaci di dialogare con i “tecnici”, che è comunque utile consultare nel processo delle decisioni politiche».

«I nazionalisti lasciati allo stato brado ci porterebbero alle guerre»: l’ha detto lei. È un rischio reale? È vero che, contrariamente a ciò che molti credono, indeboliscono il Paese che li alimenta?

«“Le nationalisme c’est la guerre!” Così François Mitterrand concluse il suo ultimo discorso al Parlamento europeo nel gennaio 1995, il primo discorso che ascoltai come neo-commissario europeo. Aveva ragione.

I movimenti nazionalisti dei vari Paesi europei che cos’hanno in comune ? La volontà di ridimensionare, forse azzerare, i poteri di Bruxelles. Al di là di questo obiettivo, se per un momento supponiamo che l’abbiano conseguito, che cosa avrebbero in comune? Nulla, salvo la volontà che la propria nazione prevalga sulle nazioni degli altri, foss’anche con l’uso della forza. No, grazie. Per questi nobili ideali, abbiamo già avuto decine di milioni di morti.

Nel frattempo, ogni Paese sarebbe più debole, in mancanza di un’Europa più forte. Più debole verso le eventuali prepotenze di questo o quel Paese europeo. Più debole verso le potenze extraeuropee, politiche, militari o anche soltanto tecnologiche».

Quale contributo ha dato l’Italia prima alla costituzione dell’Europa, con i Trattati del 1957, e poi alla «ricostituzione» dell’Unione?

«L’Italia ha espresso antesignani come Luigi Einaudi, padri fondatori come Alcide De Gasperi, padri rifondatori come Altiero Spinelli. In seguito, in momenti cruciali del percorso europeo, ha saputo dare l’impulso decisivo, come al Consiglio europeo di Milano del 1985, presieduto da Bettino Craxi, essenziale per il Mercato unico; e al Consiglio europeo di Roma del 1990, presieduto da Giulio Andreotti, fondamentale per la Moneta unica.

Su L’Eco di Bergamo vorrei anche ricordare Filippo Maria Pandolfi, il ministro del Tesoro che per primo si è battuto per la disciplina di bilancio e che, dal 1989 al 1993, è stato eccellente vicepresidente della Commissione europea e commissario alla Ricerca e all’Industria. Ricordo che fu lui, nell’estate del 1994, a persuadermi ad accettare la designazione a commissario che mi venne proposta dal presidente del Consiglio Berlusconi, designazione che apprezzai grandemente ma che non ero sicuro di saper valorizzare al meglio, a meno che riguardasse l’Economia e la moneta, competenza che però era destinata ad un francese».

Quanto siamo isolati oggi dal resto d’Europa? Andrà meglio o peggio dopo le elezioni del 26 maggio?

«La risposta è breve e sconfortante: l’Italia è più isolata che mai. Forse è il risultato inevitabile di una leadership politica ignorante in storia, arrogante nelle relazioni internazionali, divisa al suo interno, guidata solo dall’intento di muoversi come perfetta follower degli umori dei social media, che essa stessa istiga contro l’Europa, contro la Francia, contro la Germania. Per fortuna abbiamo il Presidente Mattarella, garanzia della dignità europea dell’Italia.

Dopo le elezioni del 26 maggio? Non so rispondere».

Nel suo ultimo saggio, «Le dieci bugie», Alessandro Barbano scrive che «nelle prossime elezioni l’Italia gioca un ruolo ancor più drammaticamente decisivo, perché rischia di trasformarsi, da Paese fondatore, in cavallo di Troia per colpire al cuore le Europa». È davvero così? E se improvvisamente l’Europa si dissolvesse, chi - e perché - pagherebbe il prezzo più alto?

«Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi nel 1996-1998 riuscirono a portare l’Italia nell’euro fin dal primo giorno. Nel 2011-2012 con l’incoraggiamento di Giorgio Napolitano, con il governo che fui chiamato a guidare e con l’appoggio di una grande coalizione parlamentare, si evitò che l’Italia fosse costretta ad abbandonare l’euro, forse travolgendolo nella sua caduta. Negli anni successivi la sapiente condotta di Mario Draghi alla BCE ha consentito di scongiurare altre turbative all’euro e alla finanza europea.

Sarebbe un destino beffardo, per l’Italia tanto impegnata in Europa, trasformarsi da Paese fondatore in Paese affondatore, in un cavallo di Troia, appunto, al servizio – consapevole o meno – degli avversari dell’Europa, dei nemici dei nostri valori. In quel caso, dato che la Storia non fa sconti, sarebbe proprio l’Italia a pagare il prezzo più alto. Pagheremmo il prezzo dell’avere scelto per governarci persone inadeguate e, forse, del non aver osato combatterle anche quando è diventato evidente il loro intento di portare l’Italia fuori dalla sua storia e dalla sua civiltà».

Si stima che in Europa i poveri sfiorino i 100 milioni di persone. Saranno sempre di più o è possibile accogliere i ripetuti inviti di Papa Francesco a combattere concretamente la povertà?
«Ho avuto il privilegio di dialogare con Papa Francesco sull’Europa proprio all’inizio del suo pontificato. Lo pregai vivamente di dare alla costruzione europea – lui uomo di cultura europea ma fino ad allora non cittadino d’Europa – il dono del suo stimolo e della sua critica. Ero presente, con emozione, al suo discorso di Strasburgo al Parlamento europeo.
Sul tema della povertà, l’Europa deve seguirlo: non solo perché è un imperativo etico, se non vogliamo perdere i connotati della nostra civiltà e delle nostre religioni. Ma anche per la sopravvivenza stessa dell’integrazione europea. Se in Europa avanza il mercato unico, ma molti cittadini lo vedono come portatore di disuguaglianze crescenti, è il fondamento stesso della nostra Europa che salta. Anche per questo, gli Stati devono accettare un maggiore coordinamento europeo in materia fiscale, premessa per una lotta più efficace all’evasione».


 Last edited by: Tuco on Martedì 30 Aprile 2019 09:42, edited 1 time in total.