Chiudo la partita iva (qualsiasi spesa può essere evasione ora...)

 

  By: rael on Martedì 19 Novembre 2002 11:44

Da ^Il Velino#www.ilvelino.it^ Tommaso Buscetta, il pentito che ha accusato per primo Giulio Andreotti di intelligenza con la mafia, non avrebbe mai immaginato che i suoi ricordi e “scenari” avrebbero trovato tanto credito anche dopo la propria morte, avvenuta un paio di anni fa. Soprattutto dopo che egli stesso in una lunga intervista, quasi a futura memoria, rilasciata tre anni fa, all’indomani della assoluzione di primo grado del senatore a vita, aveva preso le distanze da quanti avevano utilizzato le sue dichiarazioni per sostenere che “Buscetta indicava Andreotti quale mandante dell’omicidio Pecorelli”. Anche Luigi Li Gotti, l’avvocato che gli fu vicino fin dal primo momento del pentimento, confessa al Velino di essere alquanto sorpreso: “Dire che ha vinto il teorema Buscetta è assolutamente fuorviante e significa non conoscere le carte. Buscetta non ha proprio vinto perché non ha mai accusato Andreotti di essere il mandante dell’omicidio Pecorelli. Indicò scenari, fece sue deduzioni, chiarendo sempre che erano e restavano tali. Quindi dire che Buscetta ha vinto è sbagliato”. UN MACELLAIO UCCISO PER SBAGLIO. Nel libro-intervista del giornalista Saverio Lodato e distribuito da Mondadori alla fine del ’99, dal titolo “La mafia ha vinto”, Buscetta dichiarava fra l’altro: “Conobbi personalmente Caselli il 6 aprile del 1993 in America. Venne a interrogarmi insieme ai giudici Gioacchino Natoli e Guido Lo Forte. Quel giorno feci il nome di Andreotti… parlammo anche dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Spiegai che lo avevamo commesso noi di Cosa nostra, ma non dissi mai che la richiesta fu fatta da Andreotti a Badalamenti, anche perché di questo Badalamenti non mi ha mai parlato. Sapevo della vicenda perché in un primo tempo Cosa nostra, non avendo capito che si trattava del giornalista romano, aveva fatto sparire un Pecorelli palermitano che faceva il macellaio… Questo è quello che ho detto a Caselli” (pp. 152/153). Nella parte finale dell’intervista Buscetta è ancora più esplicito: “Io ho raccontato ai giudici le cose che aveva saputo da Stefano Bontade e Tano Badalamenti sul delitto Pecorelli. Nessuno dei due mi aveva detto che Andreotti aveva ordinato l’omicidio del giornalista”. Doanda dell’intervistatore: “Quindi lei non indicò mai in Andreotti il mandante di quell’omicidio?” Risposta di Buscetta: “Mai. E quanto riferii nel 1993, sapevo che il mio racconto poteva aiutare a ricostruire uno scenario…”. Già all’indomani della sentenza della corte d’assise di Perugia che mandò assolto Giulio Andreotti, l’avvocato di Buscetta, Luigi Li Gotti, che aveva assistito all’interrogatorio del suo cliente (avvenuto in Florida il 6 aprile del ’93), in una intervista dichiarò: “Buscetta non ha mai parlato di un omicidio avvenuto su richiesta di Andreotti”. L’equivoco era sorto dalla lettura del verbale dell’interrogatorio firmato da Giancarlo Caselli: “Il Bontade nel corso di una conversazione che ebbi con lui a Palermo nel 1980 (sosteneva Buscetta, ndr) mi disse che l’omicidio Pecorellli era stato fatto da Cosa nostra, più precisamente da lui e Badalamenti, su richiesta dei cugini Salvo. Successivamente (nel 1982/83) me ne parlò negli stessi termini, confermandomi la versione di Bontade, Badalamenti Gaetano. In base alla versione dei due (coincidente) quello di Pecorelli era stato un delitto politico voluto dai cugini Salvo, in quanto a loro richiesto dall’onorevole Andreotti”. Cinquanta giorni dopo quel “loro richiesto dall’onorevole Andreotti” fu corretto e Buscetta spiegò che quel “loro richiesto” non era riferibile ad Andreotti. (vma) 2 - Quante carriere all’ombra di un’inchiesta… Ironia della sorte, nonostante i proclami contro il processo politico a cui sarebbe stato sottoposto negli ultimi dieci anni Andreotti, e non solo lui, tutti quanti i protagonisti diretti o indiretti delle indagini sul senatore hanno ottenuto onori e gloria. Tutti gli uomini, politici, magistrati, mafiosi e poliziotti che hanno permesso alla giustizia di “girare come un calzino” la vita di uno dei protagonisti della prima Repubblica, hanno fatto carriera e a volte grazie proprio a quelle forze politiche che anche ieri per la condanna di Andreotti non hanno risparmiato accuse e veleni contro chi ha guidato, diretto e realizzato il processo. Il più noto e importante di tutti è certamente Luciano Violante. Fu lui, in una memorabile seduta della commissione Antimafia, il 16 novembre del ’92, a interrogare Buscetta, facendogli rivelare per la prima volta che c’era un politico a Roma, più importante di Salvo Lima, al quale facevano capo i fratelli Salvo. Fu l’inizio della fine politica del senatore a vita. Qualche mese dopo, la procura di Palermo chiese al Senato il via libera per processarlo per concorso esterno in associazione mafiosa (dopo, l’accusa di concorso cadde e rimase l’imputazione più grave, quella di associazione a Cosa nostra). Parte delle carte finirono poi a Perugia competente per Pecorelli, visto che nel frattempo era stato convolato fra i mandanti anche un magistrato romano, Claudio Vitalone. Da allora la corsa di Violante non si è più fermata: egli è diventato il punto di riferimento di tutta la magistratura di sinistra. Giancarlo Caselli è diventato procuratore generale presso la Corte d’appello di Torino. Fu il primo a verbalizzare le dichiarazioni di Buscetta contro Giulio Andreotti, accompagnato negli Usa accompagnato da Guido Lo Forte, oggi procuratore aggiunto. Francesco Gratteri fece parte “per esigenze investigative” della missione Caselli in Florida. Era uno degli agenti più attivi della Dia e collaboratore strettissimo di Gianni De Gennaro, allora capo della Direzione investigativa antimafia. Oggi è in una posizione di primissimo piano: direttore del Servizio centrale operativo della Criminalpol. Gianni De Gennaro è diventato capo della polizia e fu lui che in un aereo da trasporto trasferì Buscetta in Italia, su autorizzazione proprio di Andreotti, al quale era pervenuta una richiesta in tal senso da Giovanni Falcone. (vum) 3 - Il botta e risposta a San Macuto. Il 16 novembre del ’92 il pentito Tommaso Buscetta entrò a palazzo San Macuto sede della commissione Antimafia. La presiedeva Luciano Violante. L’audizione non sarebbe mai dovuta avvenire perché il giorno prima la procura della Repubblica di Palermo aveva inviato alla commissione e al ministro della Giustizia per conoscenza, nonché alla procura generale di Palermo, il proprio parere contrario all’interrogatorio del pentito per il timore che Buscetta avrebbe potuto rivelare segreti sulle indagini in corso. Violante non se ne curò e Buscetta rispose a decine di domande (alla fine ci fu un senatore che gli chiese perfino l’autografo). Fra le tante importanti rivelazioni, Buscetta per la prima volta parlò dei collegamenti fra Salvo Lima e Giulio Andreotti, fra questi e i Salvo e Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti. L’argomento fu introdotto da Alfredo Biondi, allora deputato del Pli. “Nella rogatoria del dottor Falcone del 3 settembre 1982 si legge: avendo appreso dalla televisione dell’assassinio del generale Dalla Chiesa, ritenni che l’omicidio fosse stato effettuato dai corleonesi aiutati dai catanesi…qualche uomo politico si era sbarazzato, servendosi della mafia…Non le chiedo di fare il nome dell’uomo politico, le chiedo solo se lo abbia fatto in quella occasione”. Fin qui Biondi. Buscetta: “Lo dirò al giudice”. Biondi : “Questo l’ho capito, ma vuol dire che il nome già l’ha detto. È quello che volevo sapere”. Violante: “Quindi, con Badalamenti vi siete detti il nome dell’uomo politico”. Buscetta: “Lo dirò al giudice”. Violante: “Certo, il nome lo dirà al giudice ma lei deve rispondere sì o no alla mia domanda”. Buscetta: “Non facciamo ora confusione; dirò il nome al giudice perché è possibile che quello che mi ha detto Badalamenti possa essere stato da lui inventato”. Violante: “Forse non mi sono spiegato: noi non vogliamo sapere…”. Buscetta: “Ho capito: ce lo siamo detto”. L’AFFONDO DI VIOLANTE. A questo punto il presidente della commissione Antimafia fece l’affondo. Violante: “Si tratta di un uomo politico che ancora fa politica?”. Buscetta: “Ah, ah, ora che facciamo? Dieci carte, da uno a cinque e da cinque a uno; e poi chiede: qual è l’ultima carta? Il cavallo. Dopo quante carte vuoi il cavallo? Non possiamo fare così”. Violante: “Signor Buscetta, lei faccia il suo mestiere...” Buscetta: “Io non ho più mestiere...”. Violante: “...così come la Commissione antimafia fa il suo; poiché le rivolgiamo delle domande, lei risponda. Lei sta rispondendo ad alcune domande che la commissione ha il dovere di porle. Può rispondere come vuole, non può però presumere che non le si rivolgano determinate domande. Chiedere se si tratti di un uomo politico in vita, tenendo presente che gli uomini politici in Italia siano alcune migliaia, non mi pare sia una domanda che possa pregiudicare il suo interesse. Spero di essere stato chiaro”. Tommaso Buscetta: “È vivo, anzi sono vivi”. (vif) 4 - Andreotti? L’Unità in imbarazzo. O meglio, dopo aver dato l’apertura ancora una volta agli arresti dei no global, confina il caso del giorno al centro della prima pagina con un titolo che non è la notizia, ma un commento: “Andreotti reagisce con civiltà”. La notizia della condanna a 24 anni è relegata nel sommario, di cui l’ultimo elemento è il “turbamento del capo dello stato”. Una scelta a dir poco sui generis, quella del quotidiano di Furio Colombo e Antonio Padellaro, che è rivelatrice dell’imbarazzo della sinistra cofferatiana e girotondina, di cui L’Unità ormai è di fatto l’organo, a trattare un caso clamoroso sul quale a cominciare dal presidente Carlo Azeglio Ciampi sino ai massimi esponenti delle istituzioni, ai leader dei partiti, c’è stato un fuoco di fila di dichiarazioni che esprimono quanto meno perplessità e turbamento, alle quali si è infine associato anche Piero Fassino. Quasi una voce nel deserto. Il caso Andreotti dunque rischia di diventare per i Ds la cartina di tornasole dei ritardi, dei tanti nodi non sciolti di un partito che di fatto sembra continuare a inseguire, per paura, la sua parte più radicale estremista, con il pericolo di esserne inghiottito, dal momento che la scelta evidentemente del correntone e del suo vero capo Cofferati non è la scissione, ma logorare i riformisti da dentro fino a sostituirli nella gestione potere. Una situazione che verrà stigmatizzata domani in un articolo sul quotidiano il Riformista, diretto da Antonio Polito, da Emanuele Macaluso. Il quale apre una forte polemica. Per Macaluso il partito è “paralizzato”: da un lato dal passato della stagione giustizialista e dall’altro dalla sinistra girotondina e cofferatiana. Per il leader riformista diessino si tratta di una situazione imbarazzante nella quale la Margherita ha gioco sempre più facile a “scavalcare i Ds” su una politica riformista.

 

  By: Noir on Martedì 19 Novembre 2002 11:24

Bravo Banshee .. Ogni tanto una persona con un pò di sale in zucca in questo paese di pecoroni

 

  By: DOTT JOSE on Martedì 19 Novembre 2002 11:14

CERCANdo "processo andreotti"su google ho trovato questo.. pare proprio che le testimonianze contro andreotti siano + di una... ++++++++++ Il PM esponeva i fatti e chiedeva la ammissione delle prove consistenti nella produzione di una imponente documentazione, nella richiesta di escussione testimoniale di numerosissime persone informate sui fatti e nell’esame degli imputati. Nessuna prova diretta era fatta dai difensori delle parti civili

Proposte per riformare la giustizia - banshee  

  By: banshee on Martedì 19 Novembre 2002 11:05

Condivido in toto le affermazioni che fa Luke. Il vero scandalo è il contegno del simpatico vecchietto, attualmente ospitato nella magione che fu dei Papa-Re, il quale dopo mesi di "silente presenza", che nessuno ha notato, e che si è tradotta in un sostanziale avallo di una situazione di vulnus costituzionale ed istituzionale senza precedenti nella pur poco lusinghiera storia del nostro Paese, ha ritenuto di dover dare fiato alla bocca per esprimere il proprio turbamento avverso le risultanze di una sentenza giudiziaria. Complimenti!! Sulle reazioni del nostro entusiasmante premier non merita soffermarsi. L'uomo è quello che è, la sua statura pure (in tutti i sensi), e conosciamo le sue ossessioni. Lo stesso dicasi per quelle di tutti gli altri esponenti politici: è da tempo che ho perso ogni residua speranza nella classe politica italiana. Del resto, perfino gli arcangeli Michele e Gabriele si sono detti indignati per questa condanna. E addirittura il Padreterno ha ritenuto di dover far conoscere la propria costernazione. Prima il problema erano le Procure. Adesso anche i Giudicanti non vanno più bene, se non sentenziano come il Principe vuole (ricordo il commento di Silviucciobello nostro in occasione della sentenza di primo grado del medesimo processo: "c'è un giudice a Perugia!"). Propongo l'abrogazione tout court della funzione inquirente e di quella giurisdicente! In caso di controversie o reati, si usi una bella moneta: testa innocente, croce colpevole (con gli opportuni aggiustamenti per il settore civile). Se l'accusato è un eletto dal popolo (foss'anche in un consiglio di condominio) ha diritto a dieci lanci di moneta: se anche in uno solo di questi lanci viene fuori testa, in applicazione del principio "in dubio pro reo", lo si mandi senz'altro assolto. Se l'accusato si chiama Berlusconi Silvio, ha diritto ad una moneta con due teste, e può pure scegliere quale delle due incontra il suo maggior gradimento. Ecco risolto l'annoso problema della giustizia nel Belpaese!! Qualche considerazione extra-giuridica. Andreotti non è il diavolo; è peggio! Il diavolo è il diavolo. Fa onestamente il suo lavoro. Il lavoro di Andreotti era diverso da quello di porre le condizioni politiche per un potere assoluto della mafia in Sicilia (e non solo) nell'arco di un ventennio. Naturalmente, questo non c'entra nulla con la colpevolezza giuridica. La Corte d'Assise d'Appello di Perugia potrebbe benissimo aver preso un granchio. Ma le sentenze si appellano, o si ricorre per cassarle. E si commentano in base agli atti ufficiali del processo, ed alle loro motivazioni. Pretendere di sapere tutto di un processo per averne letto i resoconti giornalistici, o peggio ancora televisivi, non è nazista, nè stalinista; è semplicemente ........ lasciamo perdere, va! Non mi sovviene una definizione sufficientemente soft! Colgo l'occasione per sollecitare un po' di solidarietà (rigorosamente pelosa, of course) a favore della marea di dirigenti ANAS arrestati ieri per le infiltrazioni mafiose nei lavori d'ammodernamento della A3. Poveracci! Non capisco come si possa biasimarli! Non hanno fatto altro che applicare le direttive del ministro Lunardi, loro superiore gerarchico. Forza, italia, continua a scavare ........ Sto accellerando il trasloco!!

 

  By: Paolo Gavelli on Martedì 19 Novembre 2002 10:56

questo polverone mi fa sempre più credere che la classe politica continua a sentire il bisogno di impunità a largo raggio --------------------------- Ieri sera ho resistito a 20 minuti di porta a porta (dove, come triste uso, il conduttore si è schierato con la max decisione da una parte) e mi ha raccapricciato la violenza della posizioni espresse da Giovanardi: per arrivare a usare quei toni bisogna avere una coda di paglia lunga km. Ma c'è qualche inchiesta in corso su di lui? O si sono tutti così appiattiti sul padrone da fargli da megafono sempre e comunque? Davvero un gran brutto vedere (e lo dice uno che non vede certo di buon occhio la magistratura). 2ali

Lezioni di procedura penale - Luigi Luccarini  

  By: Luigi Luccarini on Martedì 19 Novembre 2002 08:23

Le affermazioni che fa sono un po' semplicistiche. Bisogna SEMPRE attendere le motivazioni della sentenza, specialmente quando si tratta di un processo di appello nel quale non si è realizzata alcuna forma di rinnovazione del dibattimento (senza quindi assunzione di nuove prove). Nel nostro ordinamento processuale, i Giudici d'appello possono legittimamente ribaltare la valutazione delle prove sulla cui base è stata formulata la sentenza impugnata: dunque, sotto questo profilo, lo scandalo è ridicolo. Quanto alla questione dei "pentiti", occorre fare chiarezza: un "pentito" è comunque un testimone, ovvero può riferire soltanto di fatti conosciuti personalmente. Il fatto che lo si consideri un "pentito" deriva dalla circostanza che si tratta di persona inquisita o condannata - quindi con attendibilità lievemente diminuita rispetto a quella un comune cittadino che deponga in aula: ciò che rende molto più importante la verifica dei riscontri alle affermazioni che rende. 20.000 pagine di carte processuali lasciano pensare che ci sia stato un tentativo di riscontro; e così la stessa decisione di mandare assolti alcuni imputati: per cui è più che mai necessario attendere la stesura elle motivazioni della sentenza. Si ricordi che Sofri è in carcere dopo aver seguito l'identico percorso processuale di Andreotti (condannato a seguito delle dichiarazioni tardive di un pentito). Io continuo a credere che l'autentica (e clamorosa per certi aspetti) deviazione dai percorsi istituzionali sia la presa di posizione del Quirinale sulla vicenda. Il resto, a mio sommesso modo di vedere, sono chiacchiere da processo del lunedì: in una sentenza c'è sempre qualcuno che perde e prendersela con l'arbitro per partito preso è un modo di fare tipico degl italiani (questo sì). Aspettiamo le motivazioni, questo polverone mi fa sempre più credere che la classe politica continua a sentire il bisogno di impunità a largo raggio. Poi, se l'avvocato di Andreotti è bravo, riuscirà a ribaltare senza meno il verdetto in Cassazione.

 

  By: GZ on Lunedì 18 Novembre 2002 20:48

Andreotti è il diavolo, facciamo questa ipotesi per comodità. E' un corrotto prenditore di tangenti dei palazzinari romani che ha coperto i politici conniventi con la mafia siciliana e responsabile dello sfascio dello stato italiano. E i magistrati dell'ultima sentenza sono gente in buona fede convinta di stare punendo un soggetto che lo merita. Bene, ciò non toglie che finora in europa la testimonianza dei criminali pentiti, priva di qualunque altro riscontro obiettivo, non era sufficiente come UNICA prova per una condanna anche del diavolo, anche dei gerarchi nazisti, anche di Milosevic Le prove di un qualunque processo vengono dibattute pubblicamente dall'accusa e dalla difesa. Non sono dei segreti che vengono tenuti celati a tutti e finalmente rivelati al pubblico ignaro solo al momento in cui la sentenza viene finalmente depositata Dopo nove anni a parte qualche extracomunitario che non padroneggia ancora bene la lingua chiunque abbia leggiucchiato i giornali o anche ascoltato distrattamente ha avuto modo di notare che l'unica prova discussa in questo processo è la testimonianza del defunto Tommaso Buscetta (che peraltro è stata ritrattata successivamente, ma lasciamo da parte questa questione). Il modo in cui le diverse prove sono valutate e interpretate lo si comprende pienamente solo quando si legge tutta la sentenza, ma quali siano le prove utilizzate lo si conosce, basta seguire il dibatimento. Nei processi stalinisti o nazisti non c'erano prove obiettive ma solo testimonianze di pentiti, non c'era bisogno di leggere la sentenza per dare un giudizio. Qui non ci sono stati altri testimoni di alcun genere, non si sono nemmeno trovati gli autori dell'omicidio (solo i mandanti sono stati condannati, gli autori sono stati assolti...), c'è solo la testimonianza di un pentito di mafia, il quale tra l'altro non era nemmeno coinvolto nell'omicidio, non sapeva chi lo avesse eseguito nè conosceva alcun dettaglio dell'omicidio. L'unica cosa che ha detto è che aveva sentito che era stato ordinato da Andreotti. Poi è deceduto 5 o 6 anni fa e nessuno è stato più in grado di metterlo a confronto. Non c'è bisogno di essere esperti, di aspettare la sentenza o di conoscere di persona i protagonisti della vicenda per sapere che in questo processo è stata utilizzate come unica prova una testimonianza di un pentito di mafia ora defunto. Modificato da - gz on 11/18/2002 19:53:5

 

  By: Luigi Luccarini on Lunedì 18 Novembre 2002 20:16

Conosco personalmente (com'è ovvio) i principali protagonisti della vicenda processuale. Il P.M. Sergio Matteini Chiari è una delle persone più concrete che abbia mai visto lavorare su ambienti giudiziari: se ha preso in carico la questione dell'appello del processo Pecorelli vuol dire che c'era qualcosa di solido sotto, altrimenti avrebbe delegato a quel lavoro qualcun altro senza perderci troppo tempo. Il Presidente dell'Assise - Verrina - è una delle persone più scrupolose che abbia mai visto giudicare: dubito che abbia preso una decisione simile a cuor leggero. Qualcosa alla base di quella decisione deve esserci, aspettiamo almeno le motivazioni prima di giudicare il lavoro di gente che comunque è stata impegnata per mesi nella lettura delle carte processuali. Lo sconcerto, caro Zibordi, è per il fatto che il Presidente della Repubblica - che non incidentalmente è anche presidente del CSM - abbia ritenuto di dover in un certo senso commentare la sentenza. Per uno come me, cresciuto leggendo i testi di Leopoldo Elia sulle convenzioni costituzionali, è il segnale che tutto è possibile, ormai, in questo paese. Ma non (solo) per colpa dei giudici. Modificato da - luigi luccarini on 11/18/2002 19:18:43

 

  By: fthome on Lunedì 18 Novembre 2002 20:13

l'italiano medio ha il complesso del "più realista del re" - bisogna privatizzare? si svende l'energia ai francesi e spagnoli, mentre lorto fanno orecchie da mercante - i rifiuti? non si possono portare da una provincia all'altra in italia, ma all'estero , pagando, per bruciare e fare energia si.. - gli stati uniti condannano clinton per una pompa di benzina? noi condanniamo andreotti per omicidio (senza esecutori materiali però) - non parlo per decenza di altri tristi argomenti come l'acciaio, gli appalti.... - antitrust: giù botte ai nostri poveri mini gruppi (monti, i suppose...) e gli altri ??? forza, italia, forza nano....

 

  By: Rolf on Lunedì 18 Novembre 2002 20:09

se in primo grado era stato assolto con formula piena poi in secondo grado è stato condannato a 24 anni comunque in un caso o nell'altro, visto che una sentenza smentisce l'altra, la magistratura ha sbagliato; e chi è stato così incompetente dovrebbe essere cacciato via.

 

  By: Paolo Gavelli on Lunedì 18 Novembre 2002 19:46

Ci sono parecchie cosucce di cui vergognarsi, in Italia, ma che un poltico possa essere condannato da un tribunale non mi pare fra queste. Un po genericamente, mi verebbe da dire: "anzi". Se poi vedo la risposta univoca della casta, mi sentirei quasi di vantarmi. Purtroppo durerà poco: ci pensa il nano a sistemare la magistratura... 2ali PS: prima di parlare di assenza di prove, si dice che è bene aspettare il dispositivo della sentenza.

cose che succedono nel mio paese - gz  

  By: GZ on Lunedì 18 Novembre 2002 19:08

E' da stamattina che ogni mezzora le reti televisive internazionali (tipo CNBC che tengo spesso accesa come sottofondo) ripetono come notizia du jour: "... e l'ex-presidente del consiglio italiano... è stato condannato a 24 anni per aver ordinato l'omicidio di un giornalista..." Credo che negli ultimi anni nessuna notizia del genere sia mai uscita sui media internazionali, riguardo a nessun paese. Per le nazioni del terzo mondo dove queste cose sono successe nessun tribunale arriva mai a condannare un politico importante per omicidio (se è uno della fazione che ha perso inventano qualche cosa sul momento ad hoc di più banale come per il famoso ministro delle finanze della malesia, quello che era molto noto sui mercati al tempo del crac della valute asiatiche, sparito in carcere da tre anni con un accusa di sodomia). Ora se incontri uno straniero ti chiede con aria allegra se è vero che il primo ministro italiano faceva ammazzare i giornalisti (a me è capitato oggi al telefono). Dato che CNN, CNBC, France Press, BBC e tutto il resto del circo media non aggiungono nei titoli della notizia "... premier Andreotti...condannato a 24 anni sull'unica base di un affermazione di un pentito di mafia ora deceduto di 9 anni fa ..." uno non sa cosa proprio dire. Se spieghi che a volte non c'è bisogno di prove in Italia, ma basta che un pentito testimoni per essere condannato, fai una figura ancora peggiore. Comunque qua c'è veramente da vergognarsi in ogni caso. Quindi abbozzi e rispondi allo straniero di turno : " Eh... cosa vuoi... sono cose che possono succedere in italia..." Edited by - gz on 11/18/2002 18:12:17