Medio Oriente e intrighi

 

  By: Ferpa on Mercoledì 09 Febbraio 2011 22:13

Cures persone che disponevano dei maggiori patrimoni decisero di verificare se avessero qualcosa che li distingueva dalla massa. Fra di loro c’erano gli intelligenti e gli ottusi, i laureati e quelli che avevano a malapena la licenza elementare, quelli che si professavano di destra e quelli di sinistra, quelli che sapevano fare bene solo una cosa e quelli che erano riusciti nelle più varie attività, i belli e i brutti ecc. Al termine di questa indagine conclusero che non c’era niente in comune, tranne una cosa. Ad un certo punto, continuando a battere il chiodo, il vento era cambiato e da quel momento in poi gli affari avevano cominciato a girare molto bene. In tutti i casi nessuno si era arreso alle difficoltà ------------------------------------------------------------------------------------ Gli imprenditori di prima generazione che ho conosciuto personalmente avevano in comune : grande ambizione, elevata autostima, ottimismo, energie fisiche e mentali superiori alla media. La perseveranza è in effetti la conseguenza di questi tratti caratteriali . E' il ritratto di GZ . Gianligi invece a leggerlo sembrerebbe almeno in parte fare eccezione, bisognerebbe chiedere conferma alla peruviana .

 

  By: danielet on Mercoledì 09 Febbraio 2011 17:09

Se prendete il perfetto esempio è lo zinbabwe. Un tempo era la nazione più florida dell'africa, adesso dopo l'iperinflazione è una di quelle messe peggio (e soprendentemente sono diventati i più stupidi dell'africa) . Meditate

 

  By: Giovanni-bg on Mercoledì 09 Febbraio 2011 16:46

Scusi Zibordi, ma quello che Lei dice può spiegare la differenza tra HK e Cina continentale. In effetti anche qui so per conoscenze dirette (parenti) che il sistema ad HK è terribile, molto selettivo e pesante. Ora anche in Cina mi pare di aver sentito che "picchiano duro" ma proabilmente solo in certe scuole per ricchi mentre ad HK è la norma per tutti. Ma se seguo il suo ragionamento devo dedurre che se i nostri ragazzi fossero sottoposti a un trattmento stile indiano allora la differenza tra noi e gli indiani sarebbe non di 22 punti ma di 30 ovvero un abisso. Comunque i "pochi" indiani con cui ho avuto a che fare professionalmente erano all'80% proprio ingengeri (cosa inevitabile dato il lavoro che faccio) qundi usciti presumo da queste scuole iperselettive, fatto sta che erano tra le più grandi teste di coccio che mi sia mai capitato di incontrare (sempre professionalmente intendo). Quello che voglio dire è che tra un ingegnere europeo o indiano mediamente secondo me proprio non c'è storia a livello di capacità medie. E questa se la devo dire tutta è una delle ragioni per cui preferisco lavorare con la Cina piuttosto che con l'India, almeno in Cina trovo gente che mi capisce più alla svelta. (un'altra ragione importante è che gli indiani non hanno il minimo senso del tempo per cui culturalmente non capiscono la differenza che c'è tra consegnare un partita tra un mese o tra 3 mesi, per loro è la stessa cosa).

 

  By: Gano* on Mercoledì 09 Febbraio 2011 16:44

> Gli indiani sono un miliardo circa di persone. Chissa' se c'e' una variazione all' interno delle caste...

 

  By: danielet on Mercoledì 09 Febbraio 2011 16:25

Non vi viene in mente che FORSE è il reddito che aumenta il QI e non il contrario?? Ovvero che è il benessere a farti più intelligente? Se fosse vero il contrario allora perchè i Cinesi che migliaia di anni anni fa comandavano il mondo sono diventi poveri , così gli egiziani , e così tutte le poolazioni e tutti gli imperi. Il QI (gli psicologi misurano l'intelligenza con altri indici quali il QE quezionte emotivo e non considerano il Qi come un modello valido pere misurare l'intelligenza) è frutto dell'ambiente. Ovviamente poi nella varieta c'è chi è piu o meno dotato.

 

  By: lmwillys on Mercoledì 09 Febbraio 2011 15:56

ci vogliono tante doti per emergere, le più disparate, come dimenticare l'articolo del 1999 'Briatore, vita da Formula Uno' di Gianni Barbacetto ? di recente è uscito un libro 'il signor billionaire' , con ampia descrizione dettagliata dei talenti 1. La Formula 1 è un business «La Formula 1 non è uno sport. È soltanto un business», va ripetendo uno che se ne intende, Flavio Briatore, che ha vinto due campionati del mondo con la scuderia Benetton oggi è accreditato addirittura come il delfino di Bernie Eccleston, che del gran circo è il padrone. Una vita spericolata, quella di Briatore, una vita da Formula 1. Eppure sono due le storie di Flavio Briatore. Una la favola di un giovane brillante e ambizioso che compie un salto dal bollito misto alla nouvelle cousine, che parte dalla campagna piemontese, dalla Provincia Granda, fa mille mestieri, dall’assicuratore Ras al maestro di sci a San Giacomo di Roburent, fino ad approdare al successo: ai trofei di Formula 1 e, ancor più in alto, alle copertine patinate al fianco di Naomi. L’altra è la storia di affari non sempre limpidi, bische clandestine, polli da spennare al poker o allo chemin-de-fer, una latitanza in isole esotiche, bombe e autobombe, cattive compagnie, trafficanti d’armi e boss mafiosi. Le due storie hanno in comune il punto di partenza: Verzuolo, vicino a Saluzzo, provincia di Cuneo. Qui, il 12 aprile 1950, nasce Briatore Flavio, segno zodiacale Ariete, messo al mondo da due insegnanti elementari che sognano il figlio avvocato. Invece a Flavio basta e avanza il diploma di geometra, ottenuto («con il minimo dei voti», dice di sé) all’istituto Fassino di Busca, con tesina dal titolo «Progetto di costruzione di una stalla». 2. Che playboy, il «Tribüla» Giovanotto, a Cuneo lo ricordano già smanioso di fare strada. Frequenta il Country club, allora luogo d’incontro della Cuneo bene. È un po’ playboy, un po’ gigolò. Ma il nomignolo che gli sibilano alle spalle, quando passa sotto i portici di corso Nizza, è «Tribüla»: si dice di uno che fa fatica, che si arrabatta. Ma il «Tribüla» ha fretta di arrivare. Diventa l’assistente, il factotum, il faccendiere di un finanziere locale, Attilio Dutto, che tra l’altro aveva rilevato la Paramatti vernici (ex azienda di Michele Sindona). Ma alle 8 di un mattino fine anni Settanta, Dutto salta in aria insieme alla sua auto: gran finale libanese per un piccolo uomo d’affari cuneese. La verità su quel botto del 1979 non si è mai saputa; in compenso sono fiorite leggende di provincia, secondo cui a far saltare in aria il finanziere era stato il clan dei Marsigliesi... Di certo c’è solo che il «Tribüla», dopo quel botto, sparisce da Cuneo. Ricompare a Milano. Casa in piazza Tricolore, molta ricchezza esibita, cattivo gusto profuso a piene mani. Occupazione incerta. Frequenta agenti di cambio e remisiers, bazzica la Borsa, si dà arie da finanziere. Riesce a convincere il conte Achille Caproni (erede della famiglia che aveva fondato la Caproni Aeroplani) a rilevare la Paramatti. Diventa consulente della Cgi, Compagnia generale industriale, la holding dei conti Caproni. Risultati disastrosi: la Paramatti naufraga nel crac; la Cgi viene spolpata, il pacchetto azionario venduto all’Efim (cioè allo Stato), le società del gruppo subiscono fallimenti a catena, gli operai sono messi in cassa integrazione, banche e creditori sono lasciati con un buco di 14 miliardi. Per un certo periodo, però, Briatore si presenta in pubblico come discografico, gira per feste e salotti con Iva Zanicchi al seguito. Il «Tribüla» continua faticosamente a inseguire il grande colpo, a sognare il grande affare. Intanto però trova una compagnia da Amici miei con cui tira scherzi birboni ai polli di turno. C’è un finto marchese, Cesare Azzaro, che si ritiene il miglior giocatore di carte del mondo. C’è un conte vero, Achille Caproni di Taliedo, rampollo della famiglia che ha fatto volare gli aerei italiani. C’è un avvocato dal nome altisonante. Adelio Ponce de Leon. E uomini dello spettacolo e della tv, Pupo (al secolo Enzo Ghinazzi), Loredana Berté, Emilio Fede, al tempo - erano i primi anni Ottanta - al vertice della sua carriera in Rai, vicedirettore del Tg1 e conduttore del programma Test. L’ambiente è una sorta di laboratorio dell’«edonismo reaganiano»: soldi, affari, gioco, belle donne. Luoghi d’incontro, case e bische clandestine a Milano e Bergamo, le ville del conte Caproni a Vizzola Ticino e a Venegono, hotel e casinò in Jugoslavia e in Kenya. 3. Dalle stalle alla stella Le feste del contino Attilio, spalleggiato dal brillante Briatore, fanno rivivere alla villa di Vizzolo i fasti degli anni Trenta, quando sulle rive del Ticino arrivava il Duce per pranzare con l’amico Giovanni, l’inventore della Aeroplani Caproni. Nella versione anni Ottanta, invece, le feste, le battute di caccia, i safari in Africa sono occasioni per proporre affari, business che restano però sempre progetti: di concreto c’è sempre e solo un mazzo di carte che spunta all’improvviso su un tavolo verde. Cadono nella rete l’imprenditore Teofilo Sanson, quello dei gelati (su quel tappeto verde lascia 20 milioni), il cantante Pupo (60 milioni), l’armatore Sergio Leone (158 milioni in due serate all’Hotel Intercontinental di Zagabria), l’ex vicepresidente della Confindustria Renato Buoncristiani (495 milioni), l’ex presidente della Confagricoltura Giandomenico Serra (1 miliardo tondo tondo, in buona parte in assegni intestati a Emilio Fede). E tanti, tanti altri... A posteriori, il «Tribüla» la racconta così: «Mi piacevano scala quaranta, scopa, poker, chemin... No, il black jack non l’ho mai capito, la roulette non mi ha mai preso. Tra noi c’erano anche bari, io non c’entravo nulla, però, lo ha scritto anche Emilio Fede nel suo libro. Dall’83 non gioco più, qualche colpo a ramino, stop». In verità la storia era più complessa: un gruppo di malavitosi di rango, eredi del boss Francis Turatello, dedito al traffico di droga e al riciclaggio, aveva pianificato (e realizzato per anni) una truffa alla grande, con carte truccate e tutti gli optional del caso; e i polli da spennare, chiamati gentilmente «clienti», erano individuati con un’azione scientifica di studio e di ricerca, dopo aver «comprato» informazioni da impiegati compiacenti dentro le banche e dopo aver compilato accurate schede informative (complete di disponibilità finanziarie, interessi, relazioni, gusti: meglio agganciarli proponendo una battuta di caccia o portando un paio di ragazze molto disponibili?). Briatore, a capo di quello che i giudici chiamano «il gruppo di Milano», nel business aveva il delicato compito di «agganciare» i «clienti» di fascia alta, ingolosirli con qualche buon affare, farli sentire a loro agio con una adeguata vita notturna. E poi spennarli. Il gioco s’interrompe con una retata, una serie d’arresti, un’inchiesta giudiziaria e un paio di processi. Fede è assolto per insufficienza di prove, Briatore è condannato in primo grado a 1 anno e 6 mesi a Bergamo, a 3 anni a Milano. Ma non si fa un solo giorno di carcere, perché scappa per tempo a Saint Thomas, nelle isole Vergini, e poi una bella amnistia cancella ogni peccato. Cancella anche dalla memoria un numero di telefono di New York (212-833337) segnato nell’agenda di Briatore accanto al nome «Genovese» e riportato negli atti giudiziari del processo alle bische: «È un numero intestato alla ditta G&G Concrete Corporation di John Gambino, con sede in 920, 72 Street, Brooklyn, New York. Tanto il Gambino quanto il Genovese sono schedati dagli uffici di polizia americana quali esponenti di rilievo nell’organizzazione mafiosa Cosa Nostra». 4. Donne e motori Il «Tribüla» di Cuneo ne ha fatta di strada. Malgrado la latitanza, Briatore ha finalmente conquistato, tra Saint Thomas e New York, la vita che ha sempre inseguito: soldi, affari e belle donne da esibire. Arie da playboy se le è sempre þdate («A sei anni il mio primo bacio, a 14 la prima donna vera, Marilena, credo di Saluzzo. Vera, in quel senso lì»). Allora le sue fidanzate si chiamavano Anna Zeta, Beba. Più tardi arrivano Cristina, Nina, Giovanna, Emma. Infine Naomi. Ma è proprio durante la latitanza che spicca il volo verso il successo: sparito dall’Italia, condannato e latitante, alle isole Vergini compie il gran salto. Prima della tempesta, ai bei tempi della casa di piazza Tricolore, aveva conosciuto Luciano Benetton. A presentarglielo era stato Romano Luzi, maestro di tennis di Berlusconi e poi suo fabbricante di fondi neri. Aveva poco o nulla in comune, Benetton con Briatore: trovava di cattivo gusto la sua casa, il suo stile di vita, la sua esibizione di donne e di ricchezza. Ma il «Tribüla» è un grande seduttore, conquista uomini e donne, è affascinante, sa farsi voler bene. In più, il rigoroso Benetton era rimasto affascinato dalla diversità del suo interlocutore, dal suo lato oscuro: «È un po’ teppista ma è tanto simpatico», rispondeva Luciano agli amici che gli chiedevano che cosa avesse mai in comune con quel tipo, dopo averlo messo in guardia per le brutte storie che giravano sul suo conto. Fatto sta che Briatore apre alle isole Vergini qualche negozio Benetton e fa rapidamente carriera nel ristretto gruppo di manager dell’azienda di Ponzano Veneto. Come venditore è bravo. Riuscirebbe a vendere anche il ghiaccio al Polo Nord, dice di lui chi lo conosce bene. E aggiunge: venderebbe anche sua madre. Passa nel dimenticatoio dunque anche un’altra storia che sfiora Briatore nei primi anni Ottanta. Una vicenda complicata di azioni Generali, mica noccioline, che passano di mano: un pacchetto di oltre 330 miliardi. Protagonisti: Anthony Gabriel Tannouri, libanese, noto alle cronache (e all’inchiesta del giudice Carlo Palermo) come trafficante d’armi; Mazed Rashad Pharson, sceicco arabo e finanziere internazionale; Florio Fiorini, padrone della finanziaria Sasea, ex manager Eni, esperto di mercato petrolifero. Il pacchetto di Generali passa di mano per sette anni, prima di tornare in Italia, perché diventa la garanzia di opache transazioni internazionali: di petrolio tra la Libia e l’Eni, di armi ed elicotteri da guerra (gli americani Cobra) che dopo qualche triangolazione (con il Venezuela, con il Sudafrica) finiscono a Gheddafi malgrado l’embargo. La vicenda, in verità, è rimasta oscura. Certo è che per recuperare le azioni si è mosso anche il presidente di Mediobanca Enrico Cuccia e che, nel suo giro del mondo, il superpacchetto di Generali è passato anche per una sconosciuta fiduciaria milanese, la Finclaus, sede in corso Venezia, capitale sociale soltanto 20 milioni, fondata nel 1978 da Luigi Clausetti, ma per qualche tempo nelle mani di Flavio Briatore. 5. Stinchi di santo Ma i personaggi che Briatore frequenta, quelli con cui discute di affari, donne e motori, continuano a non essere proprio stinchi di santo. Tanto che il suo nome finisce dritto in una megainchiesta antimafia condotta dai magistrati di Catania, accanto ai nomi di mafiosi dalla caratura internazionale. Niente di penalmente rilevante, intendiamoci: lui, Briatore, non è stato indagato; ma la sua voce resta registrata in conversazioni con boss di rango. Felice Cultrera, uomo d’affari catanese che fa riferimento al boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola, è il centro dell’inchiesta antimafia. Stava imbastendo business di tutto rispetto: la costruzione di 5 mila appartamenti a Tenerife; l’acquisto di quote dei casinò di Marrakech, Istambul, Praga, Malta, Montecarlo, da usare per riciclare denaro sporco; la commercializzazione e la ricettazione di titoli al portatore; l’intermediazione di armi pesanti e l’acquisto di elicotteri (con la presenza nell’affare di una vecchia conoscenza delle inchieste sul traffico d’armi e droga, il miliardario arabo Adnan Khashoggi); l’avvio di attività finanziarie in Spagna, Arabia Saudita, Israele, Giordania, Egitto, Marocco, Turchia, Cecoslovacchia, Russia, Corea, Hong Kong, Montecarlo... Un vortice d’affari, di contatti, di relazioni. Ebbene, chi è uno degli interlocutori dell’attivissimo Cultrera? Proprio Flavio Briatore (del resto, il gruppo dei catanesi coltivava buoni rapporti anche con i fratelli Alberto e Marcello Dell’Utri e con il generale dei carabinieri Francesco Delfino). Nel maggio 1992, dunque, Cultrera e Briatore, intercettati dalla Dia (la Direzione investigativa antimafia), conversano amabilmente di affari e affaristi. Briatore chiede consigli: racconta che un certo Cipriani (è il rampollo della famiglia veneziana), spalleggiato da tal Angelo Bonanno, aveva cercato di intromettersi nella fornitura di motori di Formula 1; per convincere l’uomo del team Benetton, Cipriani gli aveva squadernato le sue referenze: «Sono amico di Tommaso Spadaro, sono amico di Tanino Corallo». Nomi d’oro, nell’ambiente: Spadaro è il ricchissimo boss padrone dei casinò dell’isola caraibica di Saint Maarten; Corallo è l’uomo che qualche anno prima aveva tentato, per conto della mafia, la scalata dei casinò italiani di Saint Vincent e di Campione. Cultrera ascolta con interesse, poi conferma all’amico Briatore che sì, è tutto vero: Bonanno «È uno pesante, inserito in una famiglia pesante». Infatti: Bonanno è un narcotrafficante del clan mafioso catanese dei Cursoti, coinvolto anche nell’indagine sull’Autoparco di Milano. Dunque meglio non contrariarlo. 6. La seconda bomba Quando, il 10 febbraio 1993, una bomba esplode (è la seconda, nella vita di Briatore) davanti alla porta della sua splendida casa londinese in stile re Giorgio, in Cadogan Place, nell’elegante quartiere di Knightsbridge, distruggendo una colonna del porticato e facendo saltare i vetri tutt’attorno, qualche voce cattiva la mette in relazione con i traffici d’armi o altri commerci. Ma i giornali inglesi scrivono che si tratta di una «piccola bomba» dell’Ira e che i terroristi potrebbero averla abbandonata per paura di essere stati scoperti. Intanto Briatore è giunto al culmine (per ora) del suo successo. Il «Tribüla» si è preso le sue rivincite. Esibisce i suoi soldi, le sue donne, le sue case. Appartamento a New York, villa a Londra, attico a Parigi, pied-à-terre ad Atene, tenuta in Kenya («Lion in the sun»). Aereo privato. Yacht di 43 metri, «Lady in blue», con un Fontana e un Giò Pomodoro nel salone. Ha amici importanti soprattutto in Inghilterra (Eccleston innanzitutto, ma anche David Mills, avvocato londinese di Berlusconi, specialista nella costruzione di sistemi finanziari internazionali «riservati», tipo All Iberian). Briatore è «arrivato» e lo fa vedere, senza risparmio. All’inizio degli anni Novanta aveva preso in mano la scuderia Benetton di Formula 1, creata nel 1986 da Davide Paolini e Peter Collins sulle ceneri della Toleman. Nel 1994 e nel 1995, con Michael Schumacher come pilota, la porta alla vittoria mondiale. «Ma la Formula 1 non è uno sport, è un business», ripete. E lui da questo business (off-shore per definizione, fuori da ogni regola e da ogni trasparenza) ha saputo spremere miliardi. A trovare sponsor è bravissimo. Per il team spendeva molto, è vero, ma i suoi bilanci non hanno mai chiuso con disavanzi superiori ai 3 miliardi: la Benetton, dunque, ha ottenuto una copertura pubblicitaria planetaria, del valore di almeno 15 miliardi all’anno, con esborsi piccolissimi o addirittura, dopo il 1993, con un guadagno di alcune centinaia di milioni. Ma Briatore non sta fermo. Mentre macina soldi in Benetton, cura anche business in proprio: compra e rivende la Kicker’s (scarpe per bambini), acquista un’altra scuderia di Formula 1, la Ligier (dopo qualche tempo la rivenderà ad Alain Prost), prende una quota della Minardi, poi diventa socio del team Bar. Forse è troppo anche per Luciano Benetton, che nel 1996 divorzia dall’amico «un po’ teppista ma tanto simpatico». Niente di male, Briatore incassa una buonuscita di 34 miliardi (ma nulla È sicuro in questo campo) e subito si ripresenta con una sua azienda, la Supertech, in società nientemeno che con Ecclestone, che sviluppa i motori Renault e li fornisce a tre team, Bar, Williams, Benetton. Poi compra la casa farmaceutica Pierrel. E ora pensa al calcio. è juventino sfegatato, ma anche il football è per lui, più che uno sport, un business; il suo pensiero oggi è: come spremere soldi dal pallone? Ma apparire gli piace almeno quanto possedere. Le due cose si sono ben sposate nel Billionaire, discoteca con piscina ottagonale infarcita di vip a Porto Cervo, in Sardegna: buon investimento, ma soprattutto ottimo palcoscenico per le sue apparizioni in pantofoline di velluto bordeaux al fianco di Naomi Campbell (storia inventata, dicono i bene informati, dalla pierre Daniela Santanché da Cuneo, amica di gioventù di Briatore e oggi pasionaria di Alleanza Nazionale, novella Marta Marzotto della destra, consigliere provinciale a Milano e presidente nientemeno che della locale commissione cultura). Per Flavio Briatore la vita spericolata è diventata ormai vita dorata. Le brutte storie del passato nessuno le ricorda più. Il «Tribüla» di Cuneo è sparito: al suo posto, un uomo di successo, non raffinatissimo, ma ugualmente coccolato dai salotti di ogni tipo, in cui si rimpiangono gli anni Ottanta e si ripete il motto di Briatore: «Se vuoi, puoi».

 

  By: GZ on Mercoledì 09 Febbraio 2011 15:46

Gli indiani sono un miliardo circa di persone. Hanno un sistema educativo terribilmente selettivo e per noi crudele, se riesci ad entrare in una delle migliori scuole superiori poi dai 14 anni in poi non hai più una sera libera fino al giorno in cui ti diplomi, hanno lezione, ragazze e ragazzi di 14 anni il sabato dalle 7:30 fino alle 17 del pomeriggio e poi vanno a casa a studiare fino a mezzanotte Chiaro che poi qualche migliaio di ingegneri bravissimi li tiri fuori con questi sistemi, ma da un miliardo di persone Bisogna ricordare però che ai tempi di Shakespeare ad esempio chi frequentava la scuola elementare in Inghilterra come appunto il povero William studiava 10 ore al giorno 6 giorni su 7, con punizioni corporali quotidiane. Per cui leggevano tutti il latino a 14 anni, quando da noi si comincia e più o meno si è andati avanti con sistemi simili fino alla prima guerra mondiale, forse anche la seconda. Con questi sistemi aumenti il rendimento scolastico degli studenti di qualunque popolazione INDIPENDENTEMENTE DAL QUOZIENTE DI INTELLIGENZA, ma non puoi fare confronti tra indiani e cinesi e italiani come rendimento scolastico ora. Dovresti provare a mettere mezzo milione di italiani in un sistema scolastico vecchia maniera di questo tipo, senza serate in discoteca, video games, vacanze, TV, cinema...con il terrore dei professori e degli esami... studiando a 10 anni come qui solo chi fa ingegneria (e dopo i 19 anni) studia

 

  By: Cures on Mercoledì 09 Febbraio 2011 15:14

A proposito di QI e del legame con il reddito. mi ha fatto venire in mente un episodio che risale a metà degli anni 80 e che mi è rimasto impresso. A quel tempo ho dovuto svolgere alcune attività di carattere tecnico presso un certo gruppo industriale di una grande famiglia veneta, di quelle che apparivano poco o nulla sui giornali ma che disponevano (e credo dispongano ancora oggi) di capitali stratosferici. Il gruppo, molto diversificato, fatturava all’epoca attorno al migliaio di miliardi di lire distribuiti fra produzioni di meccanica pesante, aerei, chimica, elettromedicali, finanza, banche ed altro, soprattutto in Italia ma anche all’estero. I proprietari erano due fratelli ed un loro parente stretto. Persone di livello e interessanti. Tutti laureati ed uno di questi al vertice di una università famosa e di una banca diventata poi molto nota con altro nome. Dato che i contatti erano molto frequenti e sono durati per alcuni anni, mi sono trovato spesso a discutere con loro a pranzo in una delle loro fabbriche oppure in qualche locale alla sera. Ci si rilassa soprattutto alla sera e, da buoni veneti doc, un bicchiere di tocai tirava l’altro e io non mi sono mai sottratto al confronto. Sono inevitabili le confidenze. Una sera uno di questi, che mi aveva già da tempo raccontato la storia della sua vita (gli piaceva parlare, forse perché percepiva che non avevo secondi fini ma che ero solo parecchio incuriosito) mi raccontò che negli anni 60, all’epoca del boom economico, diverse persone che disponevano dei maggiori patrimoni decisero di verificare se avessero qualcosa che li distingueva dalla massa. Fra di loro c’erano gli intelligenti e gli ottusi, i laureati e quelli che avevano a malapena la licenza elementare, quelli che si professavano di destra e quelli di sinistra, quelli che sapevano fare bene solo una cosa e quelli che erano riusciti nelle più varie attività, i belli e i brutti ecc. Al termine di questa indagine conclusero che non c’era niente in comune, tranne una cosa. Ad un certo punto, continuando a battere il chiodo, il vento era cambiato e da quel momento in poi gli affari avevano cominciato a girare molto bene. In tutti i casi nessuno si era arreso alle difficoltà

 

  By: Gano* on Mercoledì 09 Febbraio 2011 14:19

L' avevo notato anch'io. E insieme ad Hong Kong (107) e la Cina continentale (100) anche Singapore (100) che come Taiwan (104) e' composta quasi esclusivamente da cinesi.

 

  By: Giovanni-bg on Mercoledì 09 Febbraio 2011 13:42

Gentile Zibordi questi dati sono molto interessanti come per esempio il dato sull'India. E' anni che sostengo che gli indiani non sono dei superdotati come invece si pensa. Lo sostengo per esperienza diretta. C'è questo luogo comune che gli indiani siano superdotati per le materie scientifiche (i celeberrimi ingegnei indiani) e appunto mi chiedevo com'è possibile che gli indiani "sottodotati" sul lavoro li incontro solo io. Ora invece mi pare evidente che è solo un luogo comune perchè 20 punti di QI non sono uno scherzo, sono sotto agli egiziani tunisini ecc. ecc..e sopratutto sotto i cinesi il che corrisponde esattamente alla mia esperienza diretta. Altra cosa interessante. HK è sopra di 7 punti rispetto alla Cina continentale. Anche questo è vero. Però mi chiedo è mai possibile che un'educazione diversa per 3 generazioni possa produrre 7 punti di QI di distacco? (che non sono pochi!) Specia se guardi la fifferenza che c'è tra europei che è di pochissimi punti mentre come educazione e ancher geneticamente forse gli europei sono meno omogenei rispetto agli abitanti di HK e la Cina continentale.

 

  By: pana on Mercoledì 09 Febbraio 2011 13:28

e la Grecia che collassa nel 2001 malgradoil QI DI 92 ??

 

  By: gianlini on Mercoledì 09 Febbraio 2011 13:23

chi l'avrebbe detto che gli indiani sono più stupidi dei tunisini?

 

  By: Gano* on Mercoledì 09 Febbraio 2011 13:15

...

Poveri egiziani - GZ  

  By: GZ on Mercoledì 09 Febbraio 2011 12:45

(Questo commento non è consentito sui giornali e in televisione ovviamente, ma è supportato da un evidenza accademica quasi unanime oggi e corrisponde al senso comune). Senza togliere niente al grande coraggio e ai sacrifici della gente che si fa massacrare in piazza e torturare oggi in Egitto (molti non tornano a casa da giorni perchè li aspettano sotto casa quelli della polizia segreta e ci sono reportage di giornalisti occidentali rilasciati sul terrore e le urla continue nelle prigioni egiziane). Ammirando quelli che hanno dato via alla rivolta dandosi fuoco (due in Tunisia e una dozzina in Egitto). Augurando loro di farcela e lamentando che andrebbero supportati con manifestazioni e altro per spingere i governi della UE ad aiutarli perchè la loro rivolta è simile a quella in URSS o Polonia nel 1990 Mettendo ora un attimo da parte la rivolta o rivoluzione e pensando solo un attimo al perchè questi paesi sono messi così male il ^quoziente di intelligenza medio dei tunisini è 83, il quoziente di intelligenza medio degli egiziani 84, il quoziente di intelligenza medio degli italiani 102#http://www.rlynn.co.uk/pages/article_intelligence/t4.asp^ e così quello medio degli europei oltre i 40 circa di latitudine, vedi la Grecia con un QI di 92 quasi uguale alla Turchia (Va tenuto presente che il QI degli immigrati in Italia è sicuramente più alto della media del paese di origine, i meno svegli probabilmente rimangono perchè è difficile emigrare per cui tra i tunisini in Italia può essere intorno a 90) La "media" indica che il 50% è sopra e il 50% è sotto questo livello di intelligenza. Se guardi alla distribuzione però non è che varia da 10 a 200, più o meno i 4/5 della popolazione sta un 20% sopra e un 20% sotto la media. Quasi tutta la popolazione italiana sta tra 120 e 80 ad esempio e solo un 5% sta sotto 70 e sopra 130 Quindi quasi tutta la popolazione tunisina sta tra 70 e 103. Diciamo che il 90% dei tunisini ha un quoziente di intelligenza più basso di quello medio italiano. Questo vale per marocchini, libici, egiziani ecc... confrontati con francesi, tedeschi, austriaci ecc... e questi numeri sono più o meno gli stessi in centinaia di studi, sia di 70 anni fa che oggi, sia elaborati in Giappone, USA, Inghilterra, Cina (i cinesi e giappponesi fanno molto studi del QI. Ci sono differenze di 3-4 punti massimo tra i diversi studi, qui i francesi risultano a 98 ad esempio, in altri a 101...) E spiega almeno due terzi della della differenza di reddito, basta confrontare questi numeri con il GDP per abitante medio nel mondo... (non spiega tutto ovviamente e non esclude i casi singoli in cui un marocchino ha QI di 120 e un italiano di 80 per cui ogni individuo va giudicato indipendentemente dal gruppo di appartenenza ovviamente) (NB Il 62% circa della popolazione sta una deviazione standard sopra o sotto la media e quasi il 95% sta tra due deviazioni standard. Una deviazione standard è il 15% Quindi sono 15 punti quando la media è 100, ne segue che il 65% circa degli italiani sta tra 87 e 119 di quoziente e il 95% tra 70 e 130. Per i tunisini che hanno una media di 83 di QI invece il 62% sta tra 95 e 73 circa (un 15% sopra e sotto la media) e il 95% tra 108 e 65 circa... da qui con qualche calcolo deduci che il 90% dei tunisini ha QI inferiore al 50% degli italiani ) ^Qui per altri dati#http://www.rlynn.co.uk/pages/article_intelligence/t4.asp^

 

  By: pana on Mercoledì 09 Febbraio 2011 12:01

tra la notizia dello sciopero al canale di Suez eil fatto che l Arabia Saudita sovrastima le riserve di petrolio DEL 40% .. loil dovrebbe salire