La disciplina della solitudine del libertario

di ARTURO DOILO
In un mondo dove la democrazia è celebrata come baluardo contro la tirannia, il libertario rimane un paria intellettuale. Come recitano le parole di Giovanni Birindelli, “il libertario è intellettualmente solo per definizione”.
Mentre la folla acclama lo stato come soluzione ai mali economici, lui lo denuncia come loro origine. La democrazia? Non l’opposto della tirannia, ma il suo strumento più subdolo, un’illusione di scelta che maschera il saccheggio collettivo. Le elezioni? Una farsa che onora la superstizione sulla scienza, il declino sulla prosperità, il male sul bene. E in questa solitudine, il libertario non piange miseria: la coltiva come disciplina, un’arma affilata contro l’iperconnessione che ci vuole gregari e ubbidienti.
Leggendo, invece, “La disciplina della solitudine” sul blog Panoplia Prophetica – una traduzione illuminante di un testo che denuncia la “povertà di solitudine” della nostra epoca – mi colpisce come questa riflessione si intrecci perfettamente con l’essenza libertaria. L’articolo, liberamente tratto da The New England Scholar, grida un’evidenza che il libertario vive ogni giorno: “Viviamo in un’epoca che ha quasi perso l’arte di stare da soli con i propri pensieri”. La connettività costante, i social che ci legano in catene digitali, non è libertà: è tirannia soft, un’ansia perpetua che ci rende reattivi, superficiali, schiavi di like e algoritmi.
Il libertario, invece, abbraccia il silenzio come rifugio, come laboratorio per la logica pura. Pensateci: i paradigmi libertari – il principio di non aggressione e la soggettività del valore – non tollerano compromessi. Il primo, di carattere etico, proclama che nessuno ha diritto di violare l’autoproprietà altrui; il secondo, di taglio economico, smaschera lo stato come ladro sistemico, che impone valori artificiali attraverso tasse e monopoli. Applicare la logica a questi pilastri porta a una teoria della giustizia (anarcocapitalista) e a un’economia libera (austriaca, Mises-style). Rifiutarli? Impossibile senza incoerenza.
Nessuno, nella storia del pensiero sociale, ha retto il confronto: da Marx a Keynes, tutti inciampano nella superstizione collettivista. Il libertario, solo con la sua razionalità (un po’ randiana verrebbe da dire), vede la democrazia per ciò che è: un’arena dove la maggioranza depreda la minoranza, mascherata da “bene comune”. L’articolo di Panoplia lo dice chiaro: “La solitudine intellettuale implica una particolare qualità di attenzione e ricettività che permette alla mente di confrontarsi con le idee senza l’interferenza delle prestazioni sociali”.
Ecco la chiave. In un’era di “intelligenza in rete” fittizia, il vero genio emerge dal silenzio, non dal chiacchiericcio. Aristotele lo sapeva: la vita contemplativa, solitaria, è la più alta. Montaigne nella sua torre, Thoreau a Walden sono modelli per il libertario che rifiuta il gregge. La solitudine non è isolamento, ma “periodi di incubazione” per intuizioni rivoluzionarie. Senza, il pensiero resta reattivo, schiavo di stimoli esterni: proprio come il votante che, eccitato da slogan, ignora come lo stato gonfi il bilancio per ingraziarsi burocrati e sussidiati.
Mises, maestro austriaco, lo profetizzava: il burocrate-elettore prioritizza aumenti salariali su pareggio di bilancio, trasformando lo stato in un parassita. Oggi, l’iperconnessione amplifica questo: echo chamber digitali che ci convincono che “la collettività” sia sacra, mentre l’individuo è sacrificabile. Il libertario, solo, resiste. Coltiva il silenzio per dissezionare la propaganda: vede nelle elezioni non scelta, ma rituale tribale; nello stato non soluzione, ma cancro economico.
“Il silenzio, sia esterno che interno, è la condizione necessaria affinché possano emergere pensieri originali”, scrive l’articolo. Esatto: nel silenzio, il libertario forgia la sua teoria della giustizia, immune al veleno democratico.Ma la solitudine spaventa. L’articolo lo ammette: “La paura del silenzio che affligge molte persone contemporanee riflette ansie più profonde riguardo all’incontro con i propri pensieri”. Il libertario la affronta, perché sa che la conoscenza di sé – “conosci te stesso” – nasce dall’introspezione solitaria, non dal consenso sociale. Equilibrio è essenziale: impegno sociale per testare idee, ritiro per elaborarle.
Eppure, in un mondo che premia la disponibilità perpetua, difendere la solitudine è ribellione. “Chi non tollera il silenzio spesso non tollera l’autoanalisi”, nota l’articolo di Panoplia. Il libertario tollera, anzi, la cerca: è la sua disciplina contro la tirannia soft. Le elezioni? Celebrazione del trionfo del male sul bene, della “collettività” sull’individuo. Ma il libertario, solo, ride: la sua solitudine è forza. Non cerca maggioranza, ma verità. In questo isolamento intellettuale, forgia la prosperità reale – mercati liberi, non sussidi; libertà, non catene costituzionali illusorie.
Jefferson lo diceva: “Nelle questioni di potere, non si senta più parlare di fiducia nell’uomo, ma si vincoli l’uomo al male con le catene della Costituzione”. Il libertario va oltre: dissolve le catene, abbraccia la solitudine come via alla sovranità individuale. Coltivate la disciplina della solitudine, coltivate l’agorismo e l’idea di dar vita a comunità tra affini, tra “individui sovrani”. Usate cum grano salis i device, rifiutate il coro democratico.
Nel silenzio, scoprirete che la tirannia è fragile, la libertà eterna. Il libertario è solo? Sì, forse, ma è invincibile