Miti della Scienza e dell Storia

 

  By: Paolo_B on Domenica 02 Ottobre 2011 23:01

> la CINA abbia un QI medio di 105 (altissimo) ma un PIL pro capita che e' 1/20 degli europei giusta osservazione Gano. E in più non puoi neppure imputare il successo attuale all'IQ perché allora come spiegare tutti i secoli e secoli in cui sono rimasti economicamente e tecnologicamente indietro nonostante la loro intelligenza ? Oltre a piccoli particolari come mandare a quel paese la loro cultura millenaria per abbracciare quella di un barbuto pensatore tedesco ... Pure oggi tutto il loro successo è nell'abbracciare la tecnologia e la cultura altrui ma non c'è una idea o uno stile di vita cinese che stia invadendo il mondo. Al contrario: http://www.youtube.com/watch?v=Fp-bC1QF-NA

 

  By: Gano* on Domenica 02 Ottobre 2011 22:26

Su Wikipedia ^trovate questa mappa#http://en.wikipedia.org/wiki/File:AverageIQ-Map-World.png^ basata sugli studi di Lynn e descritti nel libro ^Race Differences in Intelligence#http://en.wikipedia.org/wiki/Race_Differences_in_Intelligence^ Lynn lega il QI misurato al PIL. Curioso che nessuno degli esperti finanziari del forum che ritengono fondati ed attendibili gli studi di Lynn non abbia ancora notato che un paese di minima importanza come la CINA abbia un QI medio misurato di 105 (altissimo) ma un PIL pro capita che e' 1/20 degli europei, molto meno dotati in termini di QI. Mi sarei aspettato che queste persone fossero completamente investiti la' in attesa dell' INEVITABILE ribilanciamento QI/PIL. Trattandosi di un forum di finanza, se soltanto dessi un minimo di peso a quello che scrive Lynn, questa sarebbe sicuramente la prima (e forse unica) conclusione operativa che mi salterebbe agli occhi. Stranamente non leggo niente del genere qui in giro. Qui sotto: Average IQ of indigenous populations according to Lynn (2006)

 

  By: traderosca on Domenica 02 Ottobre 2011 22:18

Io per non sapiri nì leggiri nì scriviri, mi trovo moglie a Modena Nord così miglioro la razza della mia prole! Modena!??no,no,così peggiori la situazione.........

 

  By: Gano* on Domenica 02 Ottobre 2011 22:13

Marcb> Anche se sono creciuto a Como sono 100% calabrese Le ragioni descritte nel paper che basano un differente IQ su fattori genetici derivanti dalle misture con etnie medio orientali e nord africane mi sembrano balle. Pero' una migrazione dei migliori dal Sud verso il Nord cominciata con l' Unita' d' Italia e durata fino ad oggi per piu' di un secolo puo' essere una ragione piu' che valida per la disparita' misurata. Come se l' emigrazione/immigrazione interna italiana avesse depauperato il Sud dei migliori ed allo stesso tempo arricchito il Nord. Lo stesso paper riporta che in Francia si registrano i piu' alti IQ nella regione di Parigi. Sono convinto che lo stesso succede per gli Stati Uniti con Manhattan o comunque con la zona metropolitana di NY, per l' UK con l' area di Londra, per il Giappone con la prefettura di Tokyo e per la Cina con le regioni di Shangai e Pechino. Curioso che l' autore pur citando la regione di Parigi in Francia come quella a piu' alto QI misurato, non abbia menzionato nella discussione anche questa possibilità. Fa venire un po' da dubitare del QI di Lynn... ;-) oppure della sua buona fede, di voler apparire cioe' controverso a tutti i costi.

 

  By: muschio on Domenica 02 Ottobre 2011 21:28

Io per non sapiri nì leggiri nì scriviri, mi trovo moglie a Modena Nord così miglioro la razza della mia prole!

 

  By: carlog on Domenica 02 Ottobre 2011 20:50

oh, ma che studio rigoroso ... http://www.iperbole.bologna.it/iperbole/adi/XoopsAdi/uploads/PDdownloads/richard_lynn_north_south_differences_in_iq.pdf che esista una correlazione SEMPLICE tra istruzione-reddito-IQ e' ovvio piu' interessante sarebbe analizzare quella PARZIALE (cioe' condizionata) attribuire poi il piu' basso coefficiente IQ nel sud a "fattori genetici derivanti dalle misture con etnie medio orientali e nord affricane" e' folle (peraltro lo studio non considera nessuna misurazione sul DNA) meglio gli studi di Cavalli-Sforza, che dicono che siamo tutti affricani it.wikipedia.org/wiki/Migrazioni_dell'uomo

 

  By: marcb on Domenica 02 Ottobre 2011 20:09

Zibordi, ma quanto era il suo GRE? Io ho fatto full score sul quantitativo e quasi full sia sul verbal che sull'analytical writing (non essendo madre lingua inglese e' stato ottimo). Naturalmente laurea italiana a pieni voti (ingegneria elettronica al Politecnico di Milano) e GPA 4.0/4.0 sul master fatto qui negli USA (University of Notre Dame, IN, USA con T.A. e R.A. per due anni). Mi avevano anche accettato alla Brown University (e' una ivy league) con full scholarship per il PhD in electrical engineering, ma rifiutai perche' non mi interessava la carriera accademica e volevo iniziare a lavorare. Anche se sono creciuto a Como sono 100% calabrese

 

  By: Moderatore on Domenica 02 Ottobre 2011 19:12

--------------- Muschio --------- E sono certo, assumendomi tutte le responsabilità civili e penali del caso, che Zibordi ha insabbiato, sì proprio insabbiato, alcuni recenti studi sul QI delle popolazioni italiche meridionali rispetto a quelle settentrionali, censurando la loro pubblicazione nella sezione "antropologia" ecc. -------------- Ci sono interessanti discussioni sul QI degli italiani. C'è una ^controversia sui blog di antropologia#http://racialreality.blogspot.com/2010/03/richard-lynn-on-italian-iq.html^ e psicologia applicata dopo che ^Richard Lynn#http://en.wikipedia.org/wiki/Richard_Lynn^ nel riportare una sintesi di tutti gli studi nel mondo sul QI di tutte le nazioni aveva trovato una differenza media di 10 punti in Italia, ^VEDI QUI#http://www.iperbole.bologna.it/iperbole/adi/XoopsAdi/uploads/PDdownloads/richard_lynn_north_south_differences_in_iq.pdf^ Questo nel contesto delle ^centinaia di studi in tutto il mondo#http://www.isteve.com/IQ_Table.htm^ che indicano differenze medie del quoziente di intelligenza che variano dai 65 dell'Africa ai 105-110 circa di alcuni paesi nord-europei e giappone e al 115 degli askenazi

 

  By: Fr@ncesco on Giovedì 04 Agosto 2011 15:25

@Alberta non si scoprirà mai l'anello mancante tra scimmia e uomo, per il semplice fatto che non c'è. http://www.youtube.com/watch?v=DX86lRzNfRQ http://www.youtube.com/watch?v=BCUuEF-_53Q http://www.youtube.com/watch?v=v-JC_Q7xb9g http://www.youtube.com/watch?v=YaC7493ADYg http://www.youtube.com/watch?v=5HSjthY3u_I http://www.youtube.com/watch?v=_hpgIly8Eqw Bastano i primi due, gli altri sono di approfondimento. Questo è uno dei pochi seri che ti permette di verificare la sua interpretazione. Ogni suo libro ha il versetto biblico originale e la traduzione che lui propone accanto. Aggiungo un testo, a mio avviso eccezionale, in cui è illustrata in modo chiaro la palese analogia tra le strutture delle lettere componenti l'alfabeto ebraico e i 21 amminoacidi essenziali (la ventiduesima corrispondenza è tra l'intero DNA dell'uomo e la lettera aleph la quale ricorda nella forma la doppia elica del nostro DNA): http://www.ufomachine.org/download/file/63-facciamo-l-uomo-a-nostra-immagine.html (da scaricare all'indirizzi subito qui sopra, non posso allegarlo direttamente perché il PDF è superiore di poco alle dimensioni massime consentite)

 

  By: Gano* on Giovedì 04 Agosto 2011 15:04

> il famoso faraone egiziano Re Tut(u) era inglese Non saprei dire sui geni, ma dal punto di vista linguistico, religioso, politico, storico ed archeologico non ci vedo un gran che' di somiglianze ne' di continuità tra gli antichi Egizi e le popolazioni europee di allora (o di ora). Il fatto che questo gene sia presente nel 10% delle popolazioni del Nord Africa ti dice che un faraone su dieci debba averlo nel suo patrimonio genetico. Quindi quel ritrovamento non mi pare poi una cosa cosi' eccezionale.

 

  By: alberta on Giovedì 04 Agosto 2011 14:43

Poi, se vogliamo essere realistici, e spiegare le differenze con l' oggi, qui c'è una teoria di archeologi eterodossi che fornisce una serie di spiegazioni a vicende altrimenti inspiegabili. http://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_degli_antichi_astronauti http://indaginesuimisteri.forumfree.it/?t=55889408 http://indaginesuimisteri.forumfree.it/?t=52967399 http://anticoastronauta.blogspot.com/ Ovviamente quando si scoprirà il cd. anello mancante fra scimmia umanoide ed uomo ,queste teorie perderanno di interesse

 

  By: pana on Giovedì 04 Agosto 2011 11:56

e think the common ancestor lived in the Caucasus about 9,500 years ago," Scholz told Reuters. It is estimated that the earliest migration of haplogroup R1b1a2 into Europe began with the spread of agriculture in 7,000 BC, according to iGENEA il padre comune viveva nel caucaso 9000 anni fa, la migrazione dentro l europa comincio 7000 prima di Cristo, non c'e niente di nuovo, origine comune del genere umano nel medio oriente e conseguente migrazione in tutto il mondo..

Il mistero dell'antico Egitto - Moderatore  

  By: Moderatore on Giovedì 04 Agosto 2011 05:26

A proposito del crollo dell'impero romano e altri imperi antichi ecco qua una notizia di oggi che spiega forse qualcosa della trasformazione dell'Egitto da paese più avanzato e ricco intorno al 1500 prima di cristo a paese zozzo, misero e depresso Ricercatori svizzeri che lavorano sulle nuove scoperte consentite dal genoma hanno trovato che ^il famoso faraone egiziano Re Tutu era inglese#http://af.reuters.com/article/egyptNews/idAFL3E7J135P20110801^ o comunque di razza europea, precisamente aveva come haplogruppo paterno R1b1a2 quello prevalente tra il 50% degli europei attuali e ad esempio il 70% degli inglesi e il 90% dei gallesi, irlandesi e baschi. Tra gli egiziani attuali invece il mio stesso haplogruppo è assente (solo l'1% ha questo haplogruppo nel DNA) Quindi 1500 anni prima di Cristo dei faraoni egiziani erano ariani o diciamo della stessa genealogia degli europei attuali (cosa confermata anche da resti ritrovati di mummie di faraoni e da statue e bassorilievi che mostrano capelli rossi o rossastri) Come anche dei re persiani 700 anni dopo (il più famoso re persiano, Dario nel 500 b.c. ha una tomba con l'iscrizione "Io Sono Dario il grande re, il re dei re....un persiano, figlio di un ariano, di discendenza ariana". Cosa riflessa nel termine ovviamente "Iran" che ha la stessa radice di "Eire" (Irlanda). Questi europei quindi si erano sparsi ovunque 2mila anni fa, erano re di Egitto e Persia e poi sono quasi spariti ^Diffusione del gruppo genetico R1b1a2 (R-M269) per paesi#http://en.wikipedia.org/wiki/Haplogroup_R1b_(Y-DNA)^. In Inghilterra, Irlanda e Paesi Baschi è presente nel 90% della popolazione, in nordafrica e medio oriente in meno del 10% e in asia 0%

 

  By: lutrom on Martedì 19 Luglio 2011 01:31

Un argomento che mi ha sempre interessato è il declino ed il crollo dell'impero romano (declino che, un po', ci parla, mutatis mutandis, anche dei tempi nostri: eppure la storia solo raramente è magistra vitae, in quanto poi gli uomini spesso non apprendono dagli errori del passato...). Ho trovato a tal proposito delle cose che mi sembrano interessanti (almeno per me) e le incollo qui (non metto solo il link perché incollo solo gli interventi più interessanti, a parer mio). ---------------------------------------------- Da: http://aspoitalia.blogspot.com/2009/01/il-picco-dellimpero-romano.html Il picco dell'Impero Romano Posted by Ugo Bardi Il "picco di Hubbert" dell'Impero Romano. Ci mancano dati storici dettagliati sull'economia romana, perciò dobbiamo affidarci ai dati archeologici. Qui vediamo alcuni elementi indicativi della vitalità dell'economia romana: l'inquinamento da piombo, indicativo dello stato dell'industria, la quantità delle ossa di animali, indicativo dello stato dell'industria alimentare, e il numero di navi naufragate, indicativo dello stato del commercio. Tutti questi indicatori hanno un massimo intorno al 1 secolo d.c., che corrisponde, in effetti, al momento di massimo fulgore dell'impero. (figura da "In search of Roman economic growth, di W. Scheidel, 2007") L'imperatore Marco Aurelio (121-180 a.d.) ci ha lasciato le sue memorie che ci sono arrivate, intatte, attraverso quasi due millenni. Ci troviamo molti dettagli interessanti della vita di un uomo che si trovava a essere a capo di un immenso impero. Tuttavia, in queste memorie non riusciamo a trovare il sia pur minimo accenno dal quale si possa dedurre che l'imperatore si rendeva conto che qualcosa non andava con l'impero; che l'immensa struttura che si trovava a guidare stava già cominciando a scricchiolare. Pochi decenni dopo la morte di Marco Aurelio, l'impero andava incontro alla "crisi del terzo secolo" dalla quale non si sarebbe mai più veramente ripreso. La caduta dell'impero romano è un argomento che ha affascinato gli storici per millenni. Questi, però, non sono mai riusciti a mettersi veramente daccordo sulle ragioni del declino e del crollo. A partire da Gibbon che lo attribuiva all'effetto del cristianesimo, si sono elencate letteralmente decine di cause per il crollo di una compagine che, al suo massimo splendore, sembrava invincibile e eterna. Negli ultimi tempi, - forse per esaurimento delle idee - era venuto di moda dire che l'impero non era mai veramente crollato, semplicemente si era trasformato in strutture politiche differenti. Ma questa interpretazione è stata recentemente abbandonata: i risultati delle ricerche archeologiche hanno documentato il crollo economico, e non solo politico, dell'Impero Romano. Qui, non pretendo di mettermi alla pari con i tanti storici che hanno discusso con grande competenza questo argomento. Mi limito a proporre una mia interpretazione che è più che altro un piccolo esercizio di dinamica dei sistemi applicato all'impero romano. Per favore, non prendetela per niente di più di questo, ma può darsi che ci dia degli spunti di discussione interessanti. Allora, il concetto di base della dinamica dei sistemi è quello di "feedback", ovvero il sistema risponde agli stimoli non in modo proporzionale agli stimoli stessi, ma amplificandoli o smorzandoli. Il feedback positivo è quello che causa la crescita rapida di un sistema quando il sistema risponde alla disponibilità di risorse incrementandone lo sfruttamento in modo esponenziale. E' così che crescono, per esempio, le popolazioni biologiche quando hanno abbondante cibo a disposizione. In questo caso, il feedback è strettamente correlato al concetto di EROEI, "ritorno energetico per investimento energetico, dalle iniziali in inglese. Più alto è l'EROEI più rapida è la crescita. Nel caso dell'impero romano, come spieghiamo la crescita rapida del sistema a partire dal tempo della monarchia e della repubblica? Evidentemente, dobbiamo trovare le risorse di cui l'impero si "nutriva" per crescere. Non ci sono dati quantitativi in proposito, ma possiamo supporre che queste risorse fossero formate principalmente dal bottino delle conquiste. L'impero - come tutti gli imperi della storia - era un predatore dei popoli confinanti. Cresceva per mezzo di un meccanismo di feedback quasi biologico. Sconfitto un popolo confinante, si rubava tutto quello che si poteva rubare e poi si arruolavano gli sconfitti nelle legioni per fargli andare a conquistare altro bottino un po' più in la. Questo meccanismo si chiama accumulazione di capitale. Con l'oro accumulato si potevano pagare nuove legioni e con nuove legioni si potevano invadere nuovi territori e rubare ancora più oro. Al culmine della sua traiettoria, l'Impero aveva mezzo milione di uomini, oltre l'1% della popolazione, sotto le armi in oltre 50 legioni di soldati professionisti. Tuttavia, il problema della crescita economica, qualunque sia la risorsa sfruttata, sta nella resa economica - meglio detto energetica - della risorsa stessa. Valeva la pena conquistare i popoli vicini solo se c'era una resa economica/energetica sufficiente per dare ai Romani la possibilità di accumulare risorse per nuove conquiste. Ma, col tempo, i Romani si sono trovati di fronte allo stesso problema che abbiamo noi oggi con il petrolio: si sfruttano prima le risorse ad alto EROEI dopo di che uno si trova in difficoltà con quello che rimane; a basso EROEI. In altre parole, l'EROEI diminuisce gradualmente col tempo e con esso la spinta alla crescita. Al culmine della loro espansione, verso l'inizio del primo secolo a.d., I romani si trovavano in mancanza di prede. A Est, c'era l'impero dei Parti, troppo forte per essere conquistato. A Sud avevano il deserto del Sahara, dove non c'era niente da conquistare. A Ovest avevano l'Oceano Atlantico e a Nord popolazioni allo stesso tempo povere e bellicose: Germani, Pitti e Irlandesi. Tutte risorse a basso EROEI. Non è un caso che il primo segnale dell'arresto dell'espansione dell'Impero sia arrivato con la sconfitta di Carrhae contro i Parti, nel 53 a.c. A portare le legioni romane in quella sfortunata spedizione in Oriente era Marco Licinio Crasso, a quel tempo "l'uomo più ricco di Roma". Questo ci dice qualcosa di come si accumulava la ricchezza nell'Impero Romano: con la conquista militare. A Carrhae, i Romani erano arrivati con un corpo di spedizione numeroso, bene armato e addestrato. Ma non si dimostrò sufficiente. Il feedback della conquista da positivo si trasformava in negativo. L'impero non accumulava più capitale; lo dissipava. Dal primo secolo in poi, la storia dell'Impero passa attraverso tante campagne militari, più o meno fortunate, ma la tendenza è sempre quella: il declino. Già Augusto aveva ridotto le legioni da 50 a 28, ma il numero di uomini in armi era sempre di oltre 300.000. Più tardi, la rivolta giudaica del 66 a.d. era stata l'occasione di depredare un nuovo nemico; con la differenza che la Giudea era una provincia dell'Impero. Predatore senza più prede, l'impero ormai divorava se stesso. Con il bottino del saccheggio di Gerusalemme, l'impero poteva lanciare una nuova guerra di espansione, quella contro la Dacia al tempo di Traiano. Fu l'ultima conquista Romana. Il culmine della traiettoria dell'impero forse lo ha colto bene Marguerite Yourcenar nel suo "Memorie di Adriano." A un certo punto, ci descrive l'Imperatore Traiano, ormai non più giovane, che si è lanciato all'assalto dell'Asia e che si rende conto dell'enormità dell'impresa e dell'impossibilità di compierla. Forse, era proprio quell'istante il "Picco di Hubbert" dell'impero. Con la morte di Traiano, finisce un'epoca. Dopo Traiano, la vita dell'Impero al tempo degli Antonini è quieta ed è anche prospera, ma c'è un problema: i conti non tornano. L'impero dissipa più capitale di quanto non ne incameri. E' come un orologio a molla che nessuno si preoccupa di ricaricare; deve fermarsi prima o poi. I Romani non si rendono conto che un'economia basata sull'agricoltura non può avere gli stessi ritorni economici di una basata sulla rapina. L'impero non riesce a vivere entro le proprie possibilità. Mantiene un immenso apparato militare e si imbarca in un costosissimo programma di "grandi opere" basato sulla fortificazione dei confini (i "limes") dell'impero. E' probabile che questa campagna di costruzioni sia stata più un grande affare per le lobbies militari/edilizie dell'epoca che una vera necessità strategica. Il fatto è, comunque, che i Romani si ritrovano con un immenso sistema di fortificazioni che dovevano essere presidiate a costi - come diremmo oggi - "insostenibili" Per il terzo secolo a.d., l'impero è ridotto a un guscio vuoto; il nulla circondato da fortificazioni. Il crollo era inevitabile, anche se l'agonia durò un paio di secoli per l'impero di occidente e qualche secolo in più per quello d'oriente. Della fine dell'impero romano di occidente, ci resta il rapporto di Rutilio Namaziano, scritto nei primi anni del quinto secolo a.d. Namaziano, in fuga da Roma, vede il crollo dell'impero davanti ai suoi occhi ma nemmeno lui, come Marco Aurelio secoli prima, riesce a rendersi conto di cosa c'è che non va. Non riesce a capire le ragioni del crollo e le attribuisce solo a un temporaneo rovescio di fortuna. La dura legge dell'EROEI non perdona. trapper ha detto... Non so se posso intromettermi per cercare una sintesi a quanto si diceva sull'impero romano, io ci provo. Il modello dello stato di Roma era fondato inizialmente sullo sviluppo generato dall'appropriazione di risorse esterne, sia in termini di ricchezze monetarie che di nuovi territori con cui sopire le contraddizioni sociali interne. Finche quello che si poteva prendere all'esterno valeva di più di quanto si doveva spendere per appropriarsene il sistema ha funzionato, anche a causa della enorme disparità sociale interna allo stato che spingeva buona parte della popolazione a cercare di migliorare la sua fortuna con la vita militare e conquistando nuovi territori di cui appropriarsi. Quando ai confini dell'impero sono rimasti solo territori inospitali e con popolazioni più povere della plebe romana, la spinta per nuove conquiste si è fermata, facendo esplodere la contraddizione interna del sistema. In pratica i romani, secondo me, non sono stati in grado di sostituire ad un sistema di accumulazione di ricchezza esogeno uno di accumulazione endogeno. Con una quantità di ricchezze reali in declino, l'impero fu costretto a ridurre il numero delle legioni e la qualità delle stesse (i romani non si volevano più arruolare, forse non era più conveniente come nel passato, mentre i barbari, indisciplinati e con addestramento più approssimativo si) . A poco a poco la capacità di difendersi dell'impero diminuì sempre più finché non arrivò al collasso. Quindi secondo me sono vere entrambe le tesi indicate; l'impero crollò perché non riuscì più ad avere un esercito sufficientemente grande per difendersi; e successe questo perché le risorse economiche disponibili diventarono sempre più esigue . Secondo me l'imperatore che si rendeva conto del momento di decadenza avrebbe dovuto trovare l'artificio in base al quale spingere la parte depositaria della maggior parte delle ricchezze, il patriziato senatorio (titolare della maggior parte dei latifondi), a evolversi al suo interno cosa che, così facendo, avrebbe fatto progredire tutta la società romana. Ma come fare? Per esempio ponendo a carico del singolo proprietario latifondista la difesa militare del suo territorio, imponendogli cioé di pagare le parte di spese generata dal reclutamento degli uomini necessari per difendere la sua proprietà. In questo modo le legioni pagate dallo stato sarebbero state più libere di difendere i confini esterni dell'impero. Inoltre, per pagare le ingenti spese di difesa dei latifondi si sarebbero dovute sviluppare tecniche più intensive di coltivazione impiegando in modo massiccio lavoratori salariati e non solo schiavi, per cui anche gli squilibri sociali si sarebbero progressivamente ridotti; la ricchezza della società romana avrebbe avuto una spinta alla crescita endogena. L'imperatore di oggi Obama, con gli altri governanti occidentali, non si rendono conto, si diceva, delle cause del declino; il motivo è sempre lo stesso secondo me. Il sistema che c'è stato finora non tiene più, ormai tutela solo i grandi ricchi sempre più ricchi, e provoca l'impoverimento della società nel suo complesso. Secondo me, finché non sarà posto di nuovo come obiettivo primario delle scelte politiche e governative la crescita della società nel suo complesso e non la crescita dei grandi potentati economici, il declino non si invertirà. Speriamo solo che non si continui facendo finta di nulla fino al crollo totale del sistema come è successo all'impero romano. di Ugo Bardi ha detto... Caro Trapper, mi trovi pienamente daccordo. E' proprio così. Il sistema cerca disperatamente di autopuntellarsi, ma non riesce veramente a riformarsi. Sic transit...

La Zia avida come indicatore - cris  

  By: cris on Venerdì 05 Ottobre 2001 11:36

tema della giornata :"UBS DICE NO A PROVERA" e non è la sola,be vedremo quale impatto avra' sulla comunità,certo che se esce un altro no sara' una bella tegola!Leggendo un post di Rita ,mi e' saltato in mente le parole di mia zia che il 13/09 era preoccupata che i suoi risparmi sparissero(è una pensionata)e ieri mi chiama e mi dice stai comprando anche per me? be vedere un mercato salire per 9 giorni non è male, e vedere che tutti i titoli hanno preso 20%se non di piu' è storia, ma quanti bei gap, ma quanti bei ipercomprati di breve. Signori prendetevi questo bel rialzo e rimanete con i piedi per terra,facciamolo scaricare,i soldi sono li',non abbaite fretta!