Creare una Moneta Fiscale (parallela all'Euro) in Italia

Re: Creare una Moneta Fiscale (parallela all'Euro) in Italia  

  By: G.Zibordi on Lunedì 08 Maggio 2017 16:21

Perché la moneta fiscale non è la manna dal cielo

Nei dieci punti programmatici di politica estera del M5Ssi parla di introdurre una nuova moneta, parallela all'euro, che viene chiamata moneta fiscale. Anche Berlusconi ha fatto cenno in varie occasioni ad una nozione simile, ricordando le am-lire della sua infanzia, sia pure in termini talmente vaghi che è difficile discuterne.

La proposta, almeno nella versione presentata al punto due del programma del M5S, nasce da una constatazione che per certi versi rassicura: «l’uscita unilaterale dall’euro comporta una rottura di trattati, comporta una manovra di tipo aggressivo nei confronti dei nostri partner… i costi politici da sostenere sono alti». Forse anche nel M5S cominciano a capire che l’uscita dall’euro è un rischio fatale?

L’idea, sviluppata in dettaglio sul sito www.monetafiscale.it, consiste essenzialmente in questo. Lo Stato pagherebbe una serie di spese aggiuntive (sussidi per i poveri, incentivi alle piccole imprese e forse anche aumenti di stipendi e pensioni) con dei “pagherò” —i certificati di credito fiscale o Ccf— che potrebbero essere utilizzati dal contribuente come un credito di imposta e da questo deriverebbe il loro valore. Dopo un certo tempo - ad esempio due anni - il contribuente che detiene il Ccf potrebbe usarlo per pagare le imposte dovute allo Stato. Il Ccf potrebbe essere ceduto sul mercato e anche scontato in banca e quindi avrebbe le caratteristiche tipiche di un titolo di Stato a breve termine, il che consentirebbe di considerarlo come “quasi moneta” o moneta parallela.

Secondo i proponenti, il beneficio di una moneta fiscale consisterebbe nel ridare capacità di spesa al governo, aggirando tutte le regole europee.

Questa soluzione miracolosa non è però praticabile per varie ragioni. La Bce è l’unica emittente di banconote e riserve bancarie. Ciò significa che è la fornitrice in regime di monopolio della base monetaria. L’introduzione di una valuta separata metterebbe in discussione questo principio fondamentale e l’unicità dell’euro.

I fautori della ‘moneta fiscale’ sostengono però che il Ccf non avrebbe valore legale e, quindi, questa critica non si applicherebbe. Sarebbe soltanto una promessa, una cambiale garantita dalle future entrate fiscali. Effettivamente, se non si ponesse come vera e propria moneta parallela, il Ccf potrebbe semplicemente esser considerato come un debito trasferibile dello Stato. Ma in questo caso verrebbe registrato come debito pubblico e non darebbe luogo a una maggiore flessibilità fiscale, come i fautori pretendono.

Come prescritto nelle norme di contabilità europea, va privilegiata la sostanza economica alla forma giuridica. Quindi una maggiore spesa pubblica non coperta con maggiori entrate peggiora il disavanzo dello Stato e dunque il debito, indipendentemente dal mezzo di pagamento che viene utilizzato, euro, dollari, mini assegni o Ccf.

I proponenti sostengono che un credito di imposta non è debito perché viene pagato con imposte future. Ma tutti i titoli di debito dello Stato alla fine vengono garantiti dal gettito fiscale dello Stato. Il fatto che il Ccf possa essere usato direttamente dal contribuente per pagare le tasse significa solo che, in caso di insolvenza, questo titolo avrebbe un privilegio rispetto a tutti gli altri titoli e anche rispetto agli altri pagamenti dello Stato, inclusi stipendi e pensioni.

In conclusione, è curioso che il M5S che accusa, non a torto, i partiti tradizionali di avere lasciato al Paese un enorme debito pubblico, oggi si ingegni, peraltro senza successo, per aggirare le regole e fare nuovo debito. Inoltre, non si capisce perché qualcuno dovrebbe accettare di essere pagato non in euro, ma in Ccf, il cui valore, come quello di tutti i titoli di debito, oscilla nel tempo con i tassi di interesse. A maggior ragione, se il Ccf fosse, come sembra, un maldestro tentativo per precostituire le condizioni per uscire dall’euro. La proposta sembra essere infatti molto vicina a quella abbozzata dall’ex ministro delle Finanze della Grecia, Yanis Varoufakis, il quale disse: «Naturalmente, [il Ccf] potrebbe essere denominato in euro, ma in quattro e quattr’otto potrebbe essere convertito in una nuova dracma». Se questo è l’intento mal celato, allora è facile dire che nessuno accetterebbe di essere pagato in Ccf e che l’operazione sarebbe destinata a provocare gli stessi disastri di un’uscita dall’euro.

Insomma si prospetta agli elettori la manna dal cielo, ma in realtà si propone qualcosa che nel migliore dei casi è la solita ricetta del debito e nel peggiore la premessa per un suicidio.


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Re: Creare una Moneta Fiscale (parallela all'Euro) in Italia  

  By: G.Zibordi on Lunedì 08 Maggio 2017 15:11

Chi pubblica in questo (in altri non importa) topic idiozie a caratteri maiuscoli e altri sfoghi emotivi e caratteriali viene bannato dal sito

Re: Creare una Moneta Fiscale (parallela all'Euro) in Italia  

  By: G.Zibordi on Lunedì 08 Maggio 2017 15:01

E se la moneta fiscale desse nuovo slancio? 

06 maggio 2017  Il Sole24ore


Massimo Amato Università Bocconi;
Luca Fantacci Università Bocconi;
Gennaro Zezza Università di Cassino e Levy Economics Institute

 

Apprezziamo lo stimolo di Luigi Zingales ad approfondire il dibattito sull’euro come moneta unica. Forse però Zingales ha liquidato troppo frettolosamente la moneta fiscale come «illegale nel contesto della Ue».

Concepita come “sconto fiscale” (sul modello dei “ tax anticipation warrants ” di Irving Fisher), la moneta fiscale non è una moneta parallela a corso legale, e quindi non entrerebbe in conflitto con l'euro (1). Anzi, contribuirebbe a migliorare l'euro, trasformandolo in una moneta comune. Codogno e Galli (nell'articolo su queste pagine del 25 aprile) hanno criticato la moneta fiscale, con un contributo utile a mostrare visioni contrapposte sul rilancio dell'economia italiana. Con Codogno e Galli si schierano tutti quelli che considerano il debito pubblico come il problema principale, da affrontare con l'austerità fiscale e le “riforme strutturali”. La ricetta si traduce in una ricerca della competitività tramite riduzioni progressive nel costo del lavoro. Applicata alla Grecia, si è rivelata tragicamente inefficace.

L'economia italiana dal 2014 ha ripreso a crescere, ma a tassi molto bassi. Il reddito nazionale pro-capite, depurato dall'inflazione, era diminuito nel 2013 di oltre il 12% dal massimo del 2007, con una perdita di circa 3mila euro pro-capite, a prezzi del 2010. Un governo che volesse colmare il gap con una crescita dell'economia del 2%, porterebbe gli italiani nel 2021 al livello di reddito che avevano nel 2007: 14 anni perduti. Tassi di crescita più bassi allungano ulteriormente i tempi della ripresa e accentuano il divario tra l'Italia e gli altri Paesi, contribuendo a rendere “attraente” l'emigrazione per i nostri giovani.a crisi ha diverse concause, ma ha trovato nelle regole dell'eurozona un perverso “destabilizzatore automatico”, già paventato da Keynes: se il sistema monetario assegna ai soli Paesi debitori il riaggiustamento degli squilibri, questi ultimi dovranno attuare politiche recessive, che si trasmetteranno ai Paesi partner e infine ai Paesi creditori. Senza riaggiustamenti sul cambio, resi impossibili con una moneta unica, il sistema regge solo se i Paesi in surplus trasferiscono liquidità ai Paesi in deficit, o perché aumentano le loro importazioni da questi ultimi, o perché sono disponibili a finanziarli senza limiti.

 

La seconda soluzione, puramente finanziaria e basata su movimenti di capitali a breve termine, ha consentito la fragile tenuta dell'eurozona fino alla crisi greca, per trasformarsi poi in un fattore di aggravamento della crisi. Quando si impone ai debitori di saldare il conto, questi potranno farlo se il loro reddito aumenta. Se invece si adottano misure di austerità, il cui primo effetto non è di diminuire il debito ma il Pil, il rapporto debito/Pil aumenta anziché ridursi e la bancarotta diviene ancora più difficilmente evitabile.Nel campo opposto ai fautori dell'austerità sta chi pensa che il problema principale sia la creazione di lavoro, con azioni di contrasto all'aumento della povertà, e il rilancio del sistema-Paese, con politiche della ricerca e dell'innovazione: azioni che richiedono un incremento della spesa pubblica e non una sua riduzione.

 

Ma un aumento della spesa pubblica è vincolato dagli accordi dell'eurozona, e, tanto più questi accordi sono rigidamente imposti per giustificare tagli al welfare e aumenti delle imposte, tanto più cresce l'idea che “liberarci dell'euro” sia l'unica strada per evitare il declino.A fronte di tali vincoli, la cui modifica richiederebbe un passaggio lungo e faticoso per la revisione dei trattati, la proposta di una moneta fiscale è la soluzione più immediata per finanziare politiche di ripresa. A partire dalla crisi greca, molti contributi sono andati in questa direzione (2). Nel caso greco, la reintroduzione di una moneta nazionale vera e propria, che potesse svalutarsi rispetto all'euro, appariva preferibile, giacché ci si aspettavano benefici in termini di competitività di prezzo, al costo di probabili effetti sull'inflazione. Per l'Italia, che è in surplus commerciale, prioritario è invece il rilancio della domanda interna. Una spesa pubblica aggiuntiva, finanziata con l'emissione di moneta fiscale (per importi ragionevoli) consentirebbe di raggiungere lo scopo, con un impatto limitato o nullo, e ragionevolmente misurabile, sul deficit pubblico rispetto a una manovra espansiva in euro.Dal punto di vista degli equilibri esterni, l'emissione della moneta fiscale avrà un impatto sulla competitività che dipenderà da come la liquidità aggiuntiva sarà effettivamente spesa (3).

 

Ma chi accetterebbe di essere pagato in moneta fiscale? Un dubbio apparentemente legittimo, ma forse non poi così tanto. Non in un Paese dove si offrono lavori non retribuiti, dove l'allungamento dei tempi di pagamento sta assumendo dimensioni inquietanti, e dove le piccole imprese iniziano addirittura a pensare di accettare bitcoin in pagamento, pur di vendere. La moneta fiscale è un mezzo di pagamento ben più affidabile dei surrogati appena menzionati, giacché ha una spendibilità di ultima istanza assicurata per il suo pieno valore nominale (beninteso, per coloro che le tasse le pagano).Keynes ci ha insegnato anche che se un singolo debitore tira la cinghia, potrà (forse!) migliorare la sua capacità di rimborsare i propri debiti, ma quando tutti tirano la cinghia e nessuno spende, le imprese non vendono, i redditi crollano, i debitori falliscono e le banche accumulano sofferenze. A quasi dieci anni dall'inizio della crisi, e dopo che il debito pubblico - grazie all'austerità - è salito dal 100% del Pil nel 2007 al 132% del 2016, il tempo per invertire la rotta è quasi esaurito.In conclusione, e a scanso di equivoci: così pensata e istituita, la moneta fiscale non è un sotterfugio per prepararsi a uscire dall'euro, bensì uno strumento per rafforzarlo. Affiancato da monete fiscali nazionali, emesse secondo le esigenze di ciascun Paese, l'euro potrebbe diventare ciò che avrebbe potuto essere fin dall'inizio: una moneta comune, complementare alle monete nazionali, e capace di sostenere il commercio fra Paesi membri senza alimentare quegli squilibri che stanno portando l'Europa sull'orlo della rottura (4).


 


 Last edited by: G.Zibordi on Lunedì 08 Maggio 2017 15:05, edited 3 times in total.

Creare una Moneta Fiscale (parallela all'Euro) in Italia  

  By: G.Zibordi on Lunedì 08 Maggio 2017 14:51

Uscire dall’Euro?  di Gennaro Zezza

Questa è la prima bozza di un documento divulgativo che mi è stato richiesto. Pubblico qui per commenti.


Wynne Godley, nel 1992, scriveva a proposito del progetto dell’Euro:

“la creazione di una moneta unica porterà alla fine delle sovranità nazionali e alla capacità di agire in modo indipendente su questioni di rilievo…. La capacità di stampare moneta, e per il governo di finanziarsi presso la propria Banca centrale, è l’aspetto più importante dell’indipendenza nazionale. … Se vi si rinuncia, ci si trasforma in una autorità locale, o una colonia. … e quando arriva una crisi, se il Paese ha perso la capacità di svalutare e non può beneficiare di trasferimenti fiscali a compensazione, non c’è nulla che possa fermarne il declino, fino all’emigrazione come unica alternativa alla povertà”(1)

Abbiamo voluto l’euro, abbiamo avuto il declino, e ora l’emigrazione e l’aumento della povertà. E il sottoporre le nostre leggi di bilancio alla Commissione Europea è solo una delle dimostrazioni del fatto che il Governo è diventato una “autorità locale”.

Ma allora perché abbiamo adottato l’Euro?

Per lo stesso motivo per cui molti vogliono rimanerci! Era già chiaro, nei dibattiti parlamentari che hanno preceduto la firma dei Trattati, che rinunciare alla politica dei cambi e alla politica monetaria comportava una compressione dei salari. La decisione di entrare nell’Euro è stata politica, motivata dal desiderio di conribuire a scrivere le regole della “casa comune europea”. Questo desiderio si è rivelato una pia illusione, perché nonostante il peso economico dell’Italia, l’evoluzione delle regole dell’Unione europea e della gestione dell’Euro hanno tutelato principalmente i gruppi industriali e finanziari del Nord, con scarsi interventi di bilanciamento.

Casa comune Europea, o vinca il più forte?

E’ diventato via via più evidente, nei Trattati che hanno seguito Maastricht, che le regole dell’Eurozona non puntavano ad una crescita armonica e bilanciata dei Paesi che ne fanno parte, ma invece alla creazione di un mercato più ampio in cui le imprese dei diversi Paesi devono competere, ma senza la possibilità di partire ad armi pari. La Germania, nei primi anni dell’Euro, ha avviato per prima le “riforme strutturali” del mercato del lavoro, un termine che si traduce in compressione dei salari e dei diritti dei lavoratori. Comprimendo la dinamica dei salari e dell’inflazione al di sotto degi obiettivi fissati dalla BCE, la Germania ha posto le basi per aumentare la sua competitività di prezzo sia sui mercati interni all’area Euro, sia sui mercati esteri, dato che con l’Euro – diversamente che con il Marco – un surplus dei conti esteri dei tedeschi non si traduceva più in una rivalutazione del cambio. L’Euro ha garantito alle imprese tedesche un cambio più vantaggioso di quanto avrebbero avuto con il Marco, e specularmente un cambio troppo forte per le imprese delle regioni europee a più alta inflazione, come l’Italia, la Spagna, la Grecia.
Finché l’economia mondiale cresceva, tra il 2000 e il 2007, il sistema ha retto. La riduzione nei tassi di interesse ha però stimolato la domanda in quei Paesi periferici, come la Spagna e la Grecia, che non erano in grado di far fronte con un aumento della produzione interna ad un aumento della domanda finanziata dal credito a basso costo. La dinamica della domanda si è sommata alla dinamica dei prezzi relativi, contribuendo a creare deficit crescenti nei conti con l’estero della periferia, e surplus crescenti nei Paesi “core” come la Germania.
Con l’arrivo della crisi, i problemi generati da queste asimmetrie sono esplosi. Alcuni governi hanno dovuto salvare le proprie banche in crisi, trasformando i debiti privati in debiti pubblici. In generale, soprattutto nella seconda ondata di crisi generata dal tracollo della Grecia, le politiche di contenimento sono sempre state orientate solo a tutelare il sistema finanziario. Questo senza però considerare il fatto che in una fase recessiva, in cui le imprese e le famiglie indebitate hanno difficoltà crescenti ad onorare i propri debiti, senza un sostegno adeguato al reddito famiglie e imprese prima o poi non potranno più rimborsare le banche, e queste ultime richiederanno salvataggi reiterati.

Quali politiche si possono condurre per invertire questa rotta che porta a sicura catastrofe?

Come è ampiamente noto, non basta una piccola riforma dell’Euro ma, come dicevamo all’inizio, il “piano A” per riprendere il cammino della “casa comune europea” dovrebbe prevedere la creazione di un sistema di perequazione fiscale in una Federazione dei Paesi europei, con un bilancio simile a quello del governo Federale statunitense. Questa strada è sbarrata, come dimostrano le discussioni al Parlamento europeo, da cui sono emerse le decise contrarietà anche a piccoli incrementi del prelievo fiscale – e della redistribuzione – dal livello nazionale a quello comunitario.
Serve allora un “Piano B”, una azione politica promossa da singoli Paesi, ma anche da un Paese solo che mostri la via.

Usciamo dall’Euro?

Una ipotesi di cui si discute è l’uscita unilaterale dall’Euro di un solo Paese, con modalità tali da non creare quella catastrofe finanziaria ed economica che è inevitabile se il sistema dei pagamenti smette improvvisamente di funzionare. Se ad uscire fosse la Germania, utilizzando la Lex Monetae per ridenominare i propri debiti in un “neo-Marco”, la nuova valuta tedesca dovrebbe apprezzarsi almeno del 15 percento rispetto al dollaro e all’Euro, e i crediti dei tedeschi verso quel che resta dell’Eurozona – che rimarrebbero in Euro – comporterebbero una perdita in conto capitale, perdita che tuttavia è già scontata dai mercati, tramite gli spread. La rivalutazione del neo-Marco, e il possibile indebolimento dell’Euro, contribuirebbero a ridurre o eliminare gli squilibri nel sistema internazionale dei pagamenti.
Ma poiché la Germania ha solo da perdere da questa soluzione, non si vede perché dovrebbe percorrerla, se non per il timore crescente che l’alternativa – il tracollo dell’Euro – faccia evaporare del tutto i crediti dei tedeschi verso il resto dell’Eurozona, o chiami il contribuente tedesco a ingenti trasferimenti verso la periferia dell’Eurozona.
L’uscita dall’Euro dell’Italia avrebbe esiti molto più incerti, soprattutto perché è difficile ipotizzare che non sia seguita da decisioni analoghe della Spagna, o anche della Francia. In questo caso, la ridenominazione in neo-Lire dei debiti italiani oggi espressi in Euro comporterebbe perdite finanziarie per i creditori al Nord. Proprio per questo motivo, per alzare il costo dell’uscita unilaterale dall’Euro, sono state introdotte delle clausole (CAC) che il nostro governo deve inserire nella emissione di una quota crescente di titoli del debito, che garantiscono i creditori contro la ridenominazione.(2) E il Quantitative Easing di Draghi ha previsto un meccanismo per cui, se l’Italia dovesse adottare una neo-Lira, una quota rilevante dei debiti della Banca d’Italia verso la BCE vada comunque rimborsata in Euro. Giorno dopo giorno, la quota del debito pubblico che ogni Paese può ridenominare in una nuova valuta se esce dall’Euro si va assottigliando, alzando i costi dell’uscita.
In ogni caso, l’uscita unilaterale dall’Euro è una strada percorribile solo date alcune condizioni, in particolare bloccando i movimenti di capitale, e quindi con una rottura degli accordi stabiliti nei Trattati.

E se non rimborsassimo il debito pubblico?

Certo, un governo può decidere di non onorare il suo debito, ma è molto difficile, se non impossibile, fare default sui titoli posseduti da creditori esteri, e non su quelli posseduti da Fondi pensione, banche italiane o semplici risparmiatori. Chi chiede la cancellazione del debito pubblico italiano dovrebbe prevedere una massiccia creazione di nuovo debito per evitare che i risparmi degli italiani evaporino, e sapere che questa opzione taglierebbe fuori l’Italia dai mercati finanziari internazionali.

L’Europa a due velocità?

Di recente(3) Angela Merkel ha suggerito l’ipotesi che gli ulteriori passi di integrazione europea riguardino solo alcuni Paesi. Le “due velocità” richiamano le proposte di “Euro del sud” o “Euro2”, e cioè di creare una nuova valuta comune per i Paesi dell’Eurozona più deboli. L’Euro come valuta rimarrebbe per la Germania e i suoi Paesi satelliti, e si apprezzerebbe, mentre l’Euro2 si svaluterebbe.
In questi termini, l’Euro2 comporta costi molto rilevanti per i Paesi Euro2 indebitati in Euro con l’estero, a meno di non ridenominare i debiti in Euro2. A mio avviso, se si considerasse seriamente questa opzione pasticciata, che lascia intatti i problemi di cui dicevamo all’inizio, meglio il ritorno alle valute nazionali.
Se viceversa fosse la Germania ad adottare un Euro2 con i suoi Paesi satelliti, il peso del debito estero in Euro del “Sud” non aumenterebbe. Ma questa ipotesi non mi sembra sia presa in considerazione.

Una strategia intermedia: la moneta fiscale

E’ possibile però una strategia intermedia, che sarà tanto più efficace quanto più condivisa da altri Paesi dell’Eurozona. Mentre i Trattati vietano l’introduzione di una nuova moneta legale alternativa all’Euro, non impediscono la creazione di una “moneta fiscale”.

Cos’è una moneta fiscale?

Mentre la moneta legale è lo strumento di pagamento che la legge stabilisce vada usato per estinguere debiti, per “moneta fiscale” si intende una forma di pagamento che non viene imposta dalla normativa per gli scambi tra privati, ma che il governo nazionale, e/o i governi locali, sono disposti ad accettare per il pagamento delle imposte. Dal momento in cui la crisi in Grecia ha mostrato i possibili problemi di mancanza di liquidità, le proposte di introduzione di una moneta fiscale si sono moltiplicate, così come è aumentato rapidamente il numero delle “monete complementari” in circolazione tra le comunità locali.
Questa moneta fiscale può essere emessa in forma cartacea (ma in tal caso richiede dei tempi tecnici non brevi per la sua emissione) ma anche solo in formato elettronico, come registrazione contabile nel sistema dei pagamenti, su un circuito di carte di credito, o come mezzo di pagamento sul telefono cellulare. Può essere presentata come moneta vera e propria, o come un particolare tipo di titolo di credito.(4)(5)(6)
Ha un valore nominale espresso in Euro, ma il governo non si impegna a convertirla in Euro, ma solo ad accettarla come mezzo di pagamento, per il suo valore nominale in Euro.

Come si crea la moneta fiscale?

La proposta che abbiamo esaminato più in dettaglio,(7) e valutato per il caso della Grecia,(8) prevede che questa moneta, che abbiamo chiamato Geuro, sia inizialmente immessa nel sistema economico dal governo per:

  1. saldare i propri debiti di breve termine con i fornitori e le banche private
  2. fornire sostegno economico (assegni di disoccupazione, pensioni, ecc.)
  3. creare nuovi posti di lavoro (pagamento stipendi, ecc.)
  4. finanziare progetti di investimento

In generale, la creazione di una moneta fiscale risponde a due obiettivi: aumentare il grado di liquidità del sistema (facilitare la compensazione tra crediti e debiti) e finanziare la ripresa economica. Mentre sembra che forze politiche di orientamento molto diverso siano favorevoli alla creazione di una moneta fiscale, le modalità in cui questa verrebbe usata sono differenziate.

Con la moneta fiscale possiamo finanziare qualunque progetto senza limiti?

No, la quantità di moneta fiscale che viene creata deve tener conto di alcuni vincoli stringenti:

  1. La spesa pubblica finanziata da creazione di nuova liquidità aumenta la domanda. Se l’offerta non è in grado di aumentare, perché le imprese sono prossime al pieno utilizzo degli impianti, si crea inflazione. Siamo tuttavia molto, molto lontani in Italia da una situazione di questo tipo;
  2. L’aumento di domanda si rivolge anche ai beni prodotti all’estero (importazioni). La sostenibilità del debito estero dell’Italia dipende anche dal mantenere un saldo positivo nella bilancia delle partite correnti. Questo vincolo è cruciale, perché la proposta di moneta fiscale non trovi una ferma opposizione dai rappresentanti politici dei creditori esteri. Si tenga presente, però, che il saldo delle partite correnti dell’Italia negli ultimi dodici mesi era di 45 miliardi di euro: una manovra espansiva dell’ordine di 100 miliardi di euro dovrebbe generare maggiori importazioni per un ammontare molto inferiore;
  3. La quota di imposte che viene pagata in moneta fiscale deve essere tarata in modo da non generare un aumento del deficit pubblico in Euro. Se usata per finanziare la ripresa, la moneta fiscale genera un aumento del reddito nazionale, e quindi del gettito tributario: questo punto non va quindi valutato come semplice sostituzione tra Euro e moneta fiscale, ma deve tener conto dell’aumento nel gettito totale.

Qual è il rischio che nessuno voglia essere pagato in moneta fiscale?

Oggi la moneta, terminata la convertibilità in oro, è basata sulla fiducia verso chi la emette. Se un governo promuove la moneta fiscale come strumento per ridare un futuro ai giovani, e si impegna ad accettarla da subito al valore nominale per il pagamento di una parte delle tasse, non si vede perché i privati non debbano fidarsi, e utilizzarla anche per altre forme di pagamento.
Se invece la moneta fiscale è presentata come una proposta dettata dalla disperazione per non avere accesso alla moneta “vera”, l’Euro, viene minata la sua credibilità.

La moneta fiscale è una alternativa all’uscita dall’Euro?

La moneta fiscale può essere introdotta immediatamente, e per come è proposta non dovrebbe creare panico sui mercati finanziari. Anzi, l’aumento nel reddito del Paese generato da una espansione fiscale aumenta la sostenibilità del nostro debito estero in Euro.
Questo consente al Paese di interrompere il declino, mentre valuta insieme ai partners europei le indispensabili riforme da attuare in Europa, riforme che richiedono tempi non compatibili con l’aumento nella disoccupazione, nella povertà e nell’emigrazione dei nostri giovani.
Una soluzione auspicata da molti è quella di trasformare l’Euro in “moneta comune”, cambiando le regole di funzionamento della BCE sulla falsariga del progetto di Keynes a Bretton Woods.

La moneta fiscale come strumento di cooperazione internazionale

La capacità del Paese di invertire il processo di austerità imposto dai Trattati europei può ridare dignità al Governo italiano in ambito internazionale. La promozione di iniziative analoghe negli altri Paesi dell’Eurozona che vivono l’Euro come un vincolo insopportabile, può essere alla base di nuove strategie in cui i “Paesi del Sud” non formano un gruppo di “serie B” rispetto alla Germania e ai suoi Paesi satellite, ma sono in grado di mettersi alla guida di un modello di sviluppo più sostenibile, in particolare per l’area del Mediterraneo.


Note

  1. Wynne Godley, “Maastricht and all that”, London Review of Books, Vol. 14 No. 19, pp.3-4 · 8 October 1992
  2. Le CAC non impediscono la ridenominazione dei titoli pubblici emessi in Euro sotto giurisdizione italiana, ma danno più forza ai creditori che vorranno opporsi alla ridenominazione ricorrendo in giudizio.
  3. Si veda ad esempio qui
  4. Si veda Amato – Fantacci – Papadimitriou – Zezza, “Going forward from B to A? Proposals for the Eurozone Crisis”, Economies, 2016, 4(3), 18. Una proposta analoga è di Andresen e Parentau, e le varianti sono ormai troppo numerose per essere elencate.
  5. Una variante promossa da tempo per l’Italia, soprattutto da Marco Cattaneo, Biagio Bossone e Stefano Sylos Labini, è nota come “Certificati di Credito Fiscale” (CCF). Si veda in proposito il rapporto di Mediobanca, i diversi articoli di Stefano Sylos Labini su Econopoly, gli articoli di Marco Cattaneo su Vox e Biagio Bossone. Una sintesi molto recente è qui
  6. Una proposta simile è avanzata dal responsabile economico della Lega Nord, Claudio Borghi, che parla di “MiniBot”
  7. Si veda Amato et al., cit.
  8. Si vedano le Strategic Analysis del Levy Economics Institute sulla Grecia

 Last edited by: G.Zibordi on Lunedì 08 Maggio 2017 14:57, edited 1 time in total.

Re: Creare una moneta parallela all'Euro in Italia  

  By: G.Zibordi on Lunedì 08 Maggio 2017 14:48

Perché la moneta fiscale è meglio dell’Italexit (ma quella del prof. Zezza non può funzionare)

di Enrico Grazzini

Il Movimento 5 Stelle sembra indeciso tra l'alternativa di uscire dall'euro e adottare invece la moneta fiscale. La questione è complessa e la scelta non è facile: ma è già estremamente positivo che i 5 Stelle si pongano con decisione il problema di liberare finalmente l'Italia dai vincoli dell'euro. L'opzione peggiore, anzi quella pessima e disastrosa, è infatti proseguire con questa austerità suicida che sta strangolando l'economia e il lavoro di milioni di italiani. Non si può aspettare passivamente che l'euro crolli – come probabilmente prima o poi accadrà –. 

Cercherò di dimostrare che la soluzione di gran lunga migliore è quella della moneta fiscale; ma la nuova moneta pubblica deve essere progettata bene, altrimenti anche questa scelta diventerà fallimentare. Tenterò di spiegare che l'Italexit è una soluzione possibile ma che sarebbe estremamente complessa da gestire, molto dolorosa, e spaccherebbe il Paese. Difficilmente una forza politica di governo riuscirebbe a percorrere con successo questa via che è teoricamente praticabile ma è anche molto stretta e impervia, sia sul piano politico che strettamente tecnico. 

In confronto la scelta della moneta fiscale è assai più semplice e fattibile, e molto meno dolorosa. Il problema è piuttosto che la via indicata dal prof. Gennaro Zezza sul blog di Grillo, peraltro ancora in bozza, presenta delle carenze sostanziali che porterebbero molto probabilmente al fallimento dell'iniziativa: infatti Zezza propone una soluzione di moneta fiscale non convertibile in euro ma utilizzabile subito per pagare le tasse. Ma questo moneta non convertibile – e quindi di secondo rango – si deprezzerebbe subito e genererebbe immediatamente debito pubblico: quindi spingerebbe subito l'Italia fuori dall'euro. Ovvero avrebbe l'effetto opposto a quello che si propone. 

Il rischio forte è che questa particolare soluzione di moneta fiscale sia impraticabile. Del resto questa proposta elaborata da Zezza originariamente per la Grecia in collaborazione con il suo collega del Levy Institute Dimitri B. Papadimitriou – divenuto poi l'attuale Ministro dell'Economia del governo di Alexis Tsipras – è stata recentemente dichiarata impraticabile dallo stesso Papadimitriou.[1] 

Occorre quindi approfondire le soluzioni possibili di moneta fiscale e migliorare il progetto iniziale. La soluzione che indicherò – promossa tra gli altri dal compianto Luciano Gallino, illustre sociologo dell'economia, e da Marco Cattaneo[2] - è a mio parere concreta e maggiormente praticabile: non a caso un report di Mediobanca Securities, cioè della principale banca d'affari italiana, ha confermato che con l'adozione della nostra moneta fiscale l'aumento del PIL raddoppierebbe da subito[3]. Senza però incrementare il deficit pubblico. In tendenza, grazie alla nostra proposta di moneta fiscale, scenderebbe il rapporto debito/PIL. Questo però non accadrebbe a causa del taglio selvaggio delle spese pubbliche – sanità, istruzione, ricerca, pensioni, ecc – ma grazie all'aumento del PIL. 

Una cosa è certa: occorre preparare, come fa giustamente il M5S, il piano B, perché è quasi sicuro che prima o poi l'euro cadrà: infatti è una moneta che strutturalmente soffoca l'economia, la società e le istituzioni democratiche. L'uscita dell'Italia dall'euro prevedibilmente non avverrà per decisione unilaterale, né tanto meno per decisione di un referendum, ma semplicemente perché l'eurozona si sta sgretolando. E' prevedibile che la crisi a un certo punto precipiterà. In particolare diventerà più acuta quando la BCE cesserà di dare soldi alle banche per sostenere con il Quantitative Easing (espansione monetaria) i titoli di debito pubblico. La fine (vicina) del QE segnerà l'inizio del tiro al bersaglio sui titoli italiani del debito pubblico da parte della speculazione internazionale, e quindi, con grande probabilità, la fine dell'euro. Bisogna prepararsi perché il piano B diventerà presto il Piano A. 

A mio parere occorre approfondire questi temi sia in ambito ristretto e specialistico che in dibattiti pubblici, confrontando le diverse posizioni in maniera tale da raggiungere i migliori risultati. Quello che è certo è che occorre sganciarsi al più presto possibile dai vincoli dell'eurozona. 

Ma andiamo con ordine. 

Le conseguenze dell’Italexit 

Ho già scritto[4] – come ha convenuto anche il prof. Paolo Savona – che “ In Italia c'è da molti anni un avanzo primario consolidato – cioè paghiamo più tasse di quanto lo stato spende per i servizi ai cittadini -; abbiamo un consistente avanzo commerciale con l'estero (+ 50 mdi) e una posizione finanziaria netta verso l'estero non eccessivamente negativa (17% circa sul PIL). In questa situazione tutti gli economisti seri possono facilmente comprendere che l'uscita dall'euro, se ben gestita da un governo forte, non provocherebbe disastri irreparabili, e che – dopo la turbolenza iniziale – la nuova lira non cadrebbe più di tanto. 

Grazie all'avanzo primario di bilancio, siamo già in grado di pagare le spese pubbliche correnti; inoltre, a differenza della Grecia, entra già preziosa valuta estera perché esportiamo più di quanto importiamo. La nostra situazione è totalmente differente da quella greca: là mancavano i soldi per pagare le pensioni e gli stipendi pubblici e la bilancia commerciale con l'estero era negativa. L'Italia è in una posizione molto più forte. Noi non saremmo totalmente dipendenti dalla moneta estera. L'Italia potrebbe uscire dall'euro senza fare default: lo stato potrebbe pagare i suoi debiti e continuare ad avere accesso ai mercati internazionali. Nonostante ciò che politici e media ci propinano, la nostra situazione economica non sarebbe disastrosa, almeno se non ci fossero l'euro e la UE a strangolare l'economia”. 

Il problema però è che l'Italexit non sarebbe una passeggiata. Per fronteggiare la reazione dei mercati internazionali occorrerebbe una politica di intervento statale e di “repressione finanziaria” estremamente decisa e competente. Con la ridenominazione del debito da euro in nuove lire, e con la conseguente svalutazione, bisognerebbe bloccare in anticipo la fuga dei capitali; cambiare immediatamente lo statuto della Banca d'Italia, in modo che questa possa intervenire sul mercato dei cambi, utilizzando le sue riserve in valuta e oro – che però attualmente sono nella disponibilità della Banca Centrale Europea -. Bankitalia dovrebbe poi subito monetizzare il debito pubblico – cioè stampare nuove lire - per espandere l'economia e l'occupazione. Con la svalutazione della nuova lira, le banche italiane subirebbero dei contraccolpi seri perché sono fortemente indebitate in euro (550 miliardi), e perché il valore dei 400 miliardi di titoli di debito pubblico che hanno in pancia scenderebbe notevolmente. Occorrerebbero allora decisi interventi di nazionalizzazione delle banche. 

In ogni caso i contraccolpi sugli stipendi, i salari e le pensioni sarebbero - almeno nell'immediato – forti. Il Paese si spaccherebbe a metà tra chi è favorevole all'Italexit e chi invece si ribellerebbe all'immediato taglio del suo reddito. 

Probabilmente per uscire dalla crisi bisognerebbe ricorrere all'aiuto americano di Donald Trump: ma questo soccorso non sarebbe gratuito. Inoltre anche la ridenominazione del debito in lira presenta non pochi problemi sul piano legale. La questione giuridica della Lex Monetae è centrale per risolvere il problema dell'enorme debito pubblico. 

Lex Monetae e debito pubblico 

Secondo la lex monetae uno stato sovrano come l'Italia avrebbe il diritto di restituire il suo debito nella sua nuova moneta legale (per esempio in lire) se questo debito è stato emesso sotto la sua legislazione. Se invece il debito è stato emesso sotto legislazione estera, per esempio nei centri di Londra o New York, deve essere ripagato nella valuta nella quale è stato contratto, cioè, per quanto riguarda l'Italia, in euro. 

Secondo un report di Mediobanca[5], solo una parte esigua, il 2,5% circa, cioè 48 mdi sul totale del debito pubblico italiano, è stato emessa in base alle leggi estere e andrebbe quindi restituita in euro. Il resto del debito pubblico verso l'estero (pari a un totale di circa 750 mdi) è invece stato emesso sotto la legislazione nazionale, e quindi è soggetto alla lex monetae e restituibile in nuove lire (svalutate). 

Applicando la lex monetae, il risparmio sul costo del debito sarebbe notevole. Se si ipotizza, come fa Mediobanca, che la nuova lira si svaluterà di circa il 30% rispetto all'euro/marco – cioè di una percentuale pari a due volte il differenziale di inflazione accumulato negli anni dell'euro tra la Germania e l'Italia –, grazie alla ridenominazione il debito pubblico risulterebbe sostenibile: infatti, considerando i 750 mdi di debito estero, lo sconto del 30% varrebbe indicativamente oltre 200 miliardi. In conclusione: se il debito pubblico venisse pagato in nuove lire, allora per lo stato sarebbe certamente opportuna l'uscita dall'euro. Tuttavia si aprirebbero contenziosi a non finire con le istituzioni europee e con la grande finanza americana e inglese. 

Infatti Mediobanca e altre fonti qualificate reputano (a mio parere sbagliando) che la Lex Monetae sia difficilmente applicabile a gran parte del debito a causa delle Clausole di Azione Collettiva, norme europee accettate dal governo italiano e entrate in vigore a partire dal 2013: secondo queste interpretazioni le CAC renderebbero la ridenominazione di gran parte del debito in lire equivalente al default. La questione giuridica è ampiamente dibattuta. A parere di chi scrive e di molti altri, le regole CAC non si applicano alla ridenominazione: ma è chiaro che ci sarebbero contestazioni durissime. 

Nessun potente investitore internazionale – sia esso una banca d'affari o un fondo speculativo o un fondo pensioni – sarebbe contento se il suo credito venisse restituito in lire svalutate invece che in euro -. Non è quindi affatto detto che Donald Trump e Theresa May sarebbero al nostro fianco con l'Italexit. Magari preferirebbero difendere i loro amici di Wall Street e della City accompagnandosi ad Angela Merkel e alle banche francesi per punire l'Italia. 

Sul piano politico le cose sarebbero estremamente complicate. Con l'uscita dell'Italia dall'euro, è sicuro che l'eurozona si sconquasserebbe, e probabilmente l'euro non esisterebbe più. Ci sarebbe un ritorno immediato alle monete nazionali. Poi forse – ma solo poi e solo forse - si formerebbero altre aree valutarie: euro forte contro euro debole. 

In definitiva: l'Italexit è certamente possibile, e sarebbe anche auspicabile per la ripresa economica, democratica e sociale dell'Italia, ma è molto difficile da gestire e gli esiti sono incerti. Assai difficilmente un governo potrebbe resistere al caos internazionale e nazionale che seguirebbe. Purtroppo nella storia i governi che hanno meglio sopportato e superato i caos finanziari con un deciso intervento statale sono (con poche importanti eccezioni) di tipo dittatoriale e tirannico. Tuttavia questo sbocco ovviamente sarebbe insopportabile. Per restaurare la democrazia si correrebbe il rischio di favorire al contrario politiche antidemocratiche di forza e di repressione. 

In confronto la strada della moneta fiscale è lastricata di rose e di fiori. 

La Moneta Fiscale

Ho già scritto molte volte su che cosa è la moneta fiscale, come funziona e perché essa è efficace ed è pienamente compatibile con le norme dell'eurozona. In questa sede, dopo una breve spiegazione sintetica sui Titoli di Sconto Fiscale – che chi li conosce già bene può agevolmente saltare - indicherò invece nell'ultima parte perché la soluzione proposta dal prof. Gennaro Zezza mi sembra ancora abbozzata, confusa e da perfezionare: infatti essa appare in alcune parti erronea e carente, e potrebbe quindi non essere viabile o, peggio, diventare fallimentare. Non voglio certamente entrare in polemica con il prof. Zezza, che ha il grande merito di avere posto in evidenza la questione della moneta fiscale, grazie soprattutto alle sue analisi sulla drammatica vicenda della Grecia. Intendo però approfondire l'analisi scientifica e stimolare un dibattito aperto in modo da raggiungere il migliore risultato possibile. 

I Titoli di Sconto Fiscale 

In fondo il progetto di moneta fiscale, di stampo keynesiano, è semplice da comprendere e da fare comprendere. L'Italia è ammalata, e la malattia si chiama: mancanza di domanda. Le risorse sono inutilizzate e sottoutilizzate: il capitale e la forza lavoro sono fermi. La capacità produttiva è sottoutilizzata. Gli investimenti sono caduti del 30%. Se manca la liquidità, se alle famiglie mancano i soldi per fare la spesa, se allo stato mancano i soldi per i beni pubblici, se insomma non c'è domanda, la produzione e gli investimenti cadono. Se invece con la moneta fiscale si immette liquidità e riprende la domanda, riprendono anche la produzione, gli investimenti e l'occupazione. L'economia ricomincia a girare grazie al nuovo ossigeno monetario. 

La Moneta Fiscale è semplicemente un Titolo di Sconto Fiscale, un titolo di stato emesso dal Tesoro, negoziabile sul mercato e quindi convertibile in euro proprio come i Bot e i Btp. I Titoli di Sconto Fiscale (TSF) danno diritto ai loro possessori a godere di sgravi fiscali, ma non sono rimborsabili in euro. Più precisamente i TSF danno diritto a ridurre i pagamenti dovuti alla pubblica amministrazione – fisco, contributi, tariffe, multe, ecc.- per un ammontare equivalente al loro valore nominale a partire da due anni dall'emissione: ovvero i TSF maturano solo nel terzo anno. 

I TSF, esattamente come tutti gli altri titoli di stato, come i Bot e i CCT, possono essere ceduti immediatamente sul mercato finanziario in cambio di euro. I TSF sono di fatto strumenti monetari a breve termine ipergarantiti dal loro valore fiscale (tutti infatti sono tenuti a pagare le tasse, anche se lo stato fallisse sui suoi debiti). Il meccanismo di mercato è questo: chi ha bisogno subito di soldi vende immediatamente sul mercato finanziario i TSF ricevuti gratuitamente dallo stato (supponiamo: 90 euro al mese in più per ogni famiglia); i compratori di TSF saranno quei soggetti (individui e aziende) che dispongono di liquidità in eccesso e che sono disposti ad acquistare i TSF per pagare a scadenza meno tasse. I TSF verranno acquistati a sconto, e questo varrà presumibilmente meno di qualche punto percentuale – considerando che attualmente i BTP decennali hanno un tasso intorno al 2% -.. 

In base alla nostra proposta, il governo attribuirà i TSF senza corrispettivo (gratuitamente) a cittadini e aziende, e utilizzerà i TSF anche per i pagamenti della Pubblica Amministrazione. Ai cittadini i TSF saranno attribuiti – ricordiamo: sempre gratuitamente - in proporzione inversa al reddito, privilegiando ceti sociali disagiati e lavoratori a basso reddito: questo sia per incentivare i consumi che per ovvie ragioni di equità sociale. 

Alle aziende, le assegnazioni saranno attribuite principalmente in funzione dei costi di lavoro da esse sostenute, e in base ad altri criteri (propensione a investire, creare occupazione, export, ecc). In sostanza i TSF andranno a ridurre il cuneo fiscale. L’attribuzione di TSF alle aziende ridurrà i costi di lavoro, ne migliorerà immediatamente la loro competitività ed eviterà così che l’effetto espansivo sulla domanda interna crei un peggioramento dei saldi commerciali esteri. Quindi la manovra TSF non genererà scompensi sulla bilancia dei pagamenti: essa è del tutto paragonabile a una svalutazione. 

Una quota significativa dei TSF sarà inoltre utilizzata a sostegno di iniziative di pubblica utilità da decidere in sede politica e con la società civile: per esempio, si potranno finalmente finanziare forme di Reddito Garantito, un Piano del Lavoro finalizzato a realizzare infrastrutture immateriali (ricerca, scuola e università, politica attiva del mercato del lavoro, etc.) e materiali (per esempio, opere per risparmio energetico, per energie alternative, riassetto idrogeologico e del territorio, ecc.). 

I Titoli di Sconto Fiscale sono compatibili con le regole UE 

Sul piano istituzionale la manovra che propongo è perfettamente in linea con i trattati europei poiché 1) i TSF sono titoli di stato e non sono una una moneta parallela alternativa alla moneta legale (l'euro) e quindi non contrastano assolutamente il monopolio della BCE sulla moneta unica; 2) i TSF sono titoli di sgravio fiscale, e in campo fiscale ogni stato è (per fortuna!) sovrano. La UE non può obiettare all'emissione di titoli di stato sul fisco; 3) i TSF sono titoli/moneta che non generano nuovo deficit/debito, e quindi non possono essere attaccati legalmente dalle istituzioni UE. 

I TSF non generano debito né al momento dell'emissione né nel periodo dell'utilizzo, cioè dopo due anni dall'emissione. Infatti, nel momento della creazione e della distribuzione gratuita dei TSF, lo stato non sborsa soldi e quindi non registra alcun deficit fiscale; inoltre sul piano contabile i TSF non possono essere computati come deficit pubblico perché il governo emittente non s’impegna a rimborsarli in euro ma soltanto a concedere futuri sconti sulle tasse. E gli sconti non sono debiti in nessun tipo di contabilità, pubblica o privata. 

Nel periodo che va dall'emissione dei TSF alla loro maturazione entrerà in funzione il moltiplicatore del reddito. Come insegna l'esperienza storica – e come hanno verificato Olivier Blanchard e Daniel Leigh in un noto studio effettuato per conto del FMI - il valore del moltiplicatore è storicamente molto superiore a uno in caso di forte sottoutilizzo delle risorse e di bassi tassi di interesse, come è nella situazione attuale. Così ogni euro immesso nell'economia reale genererà un più che proporzionale aumento del PIL. Paul Krugman ha mostrato che il moltiplicatore nell'eurozona dal 2009 al 2013 è stato pari a 1,5. 

I vantaggi dei Titoli di Sconto Fiscale 

Il governo italiano potrebbe legittimamente varare i TSF in piena autonomia sfuggendo alla morsa di Bruxelles e Berlino. Infatti il Parlamento e il governo potrebbero emettere i TSF senza chiedere ex ante il permesso alle istituzioni UE, proprio perché sono strumenti fiscali che non aumentano il debito. L'economia riprenderebbe a crescere in un contesto di grande consenso sociale. L'emissione di questo titolo/moneta metterebbe in sicurezza il bilancio pubblico e quindi allontanerebbe lo spettro del default di fronte agli investitori esteri. Si abbasserebbe immediatamente il rapporto debito/PIL, e questo non potrebbe che essere apprezzato positivamente dai mercati. La moneta complementare potrebbe poi essere adottata con successo dagli altri paesi europei, senza bisogno di mettere in discussione l'appartenenza all'eurozona. 

Perché la proposta di Zezza è inapplicabile 

Molte monete fiscali sono fallite o hanno avuto un effetto molto limitato e temporaneo. Alcune proposte, come quella di Yanis Varoufakis in Grecia, non sono mai effettivamente entrate nella fase operativa. Occorre quindi progettare con la maggiore precisione possibile le caratteristiche che deve avere una moneta fiscale per essere effettivamente praticabile e avere successo. 

Purtroppo mi sembra che queste caratteristiche siano carenti per quanto riguarda il progetto avanzato dal prof. Zezza sul blog di Grillo. 

Zezza propone: 

a) una moneta parallela all'euro, ovvero denominata in euro ma NON convertibile in moneta legale. Ma una moneta fiscale non convertibile in euro sarebbe una moneta di secondo o terzo rango rispetto all'euro: difficilmente sarebbe accettata dal pubblico come mezzo di pagamento. Inoltre, non essendo subito convertibile in euro praticamente 1 a 1 presso un normale sportello bancario, subirebbe un forte sconto al momento dell'accettazione. Una moneta fiscale di 100 euro ne varrebbe in effetti di meno nel mercato reale. Infatti il pubblico e i commercianti preferiscono gli euro piuttosto che monete statali parallele. Inoltre le banche contrasterebbero pesantemente l'iniziativa di moneta statale non convertibile: infatti sarebbero completamente esautorate di ogni ruolo nel sistema dei pagamenti. Saltare le banche può fare piacere a molti, ma costituisce comunque un problema formidabile per realizzare in tempi brevi un progetto efficace. Al contrario i TSF che propongo sono titoli negoziabili e subito convertibili in euro, come qualsiasi altro titolo di stato (come i BOT e i BTP) presso un qualsiasi sportello bancario, o via Internet fissa e mobile (home banking). 

b) La moneta di Zezza è utilizzabile subito per pagare in parte le tasse – per esempio il 20% dell'IVA o dell'IRPEF -. In questo modo provocherebbe però immediatamente un deficit fiscale del 20% circa, ovvero un mancato incasso dello stato e metterebbe in allarme i mercati. Lo spread salirebbe subito alle stelle. 

c) Inoltre questa moneta, secondo Zezza, non verrebbe assegnata ai principali soggetti economici, cioè alle famiglie (per esempio: per il reddito garantito, e per aumentare in generale i redditi e quindi i consumi finali interni, che sono essenziali per fare ripartire l'economia). La moneta fiscale verrebbe invece utilizzata dallo stato per finanziare investimenti pubblici e sgravare in parte le aziende di onere fiscali. Questa moneta rischia quindi di produrre un eccessivo dirigismo statale. 

In definitiva il progetto del prof. Zezza provoca subito un buco nel bilancio dello stato, allarma immediatamente i mercati finanziari che chiederebbero un premio maggiore per investire in Italia. Risultato: aumento dello spread e del costo del debito. 

Considerate queste caratteristiche, a mio parere la moneta fiscale di Zezza potrebbe segnare l'immediata dipartita dell'Italia dall'euro, cioè proprio l'effetto che questa moneta vorrebbe evitare. 

Il progetto promosso da Micromega è diverso e prevede delle caratteristiche vincenti. In particolare vorrei sottolineare alcuni elementi che a mio parere dovrebbero essere assolutamente inclusi in una versione efficace e di grande impatto della moneta fiscale. Queste caratteristiche mi sembrano ineludibili per il successo dell'iniziativa. 

-I TSF devono essere negoziabili sui mercati finanziari e convertibili subito in euro, come i Bot e Btp. Infatti nei mercati reali, di prodotti e servizi non finanziari, devono circolare gli euro, non la moneta fiscale, che difficilmente all'inizio verrebbe universalmente e immediatamente accettata. Tutti, famiglie e aziende, preferiscono ovviamente disporre di euro piuttosto che di moneta fiscale per effettuare transazioni commerciali. Poi, nel tempo, quando tutti i soggetti – famiglie, aziende, enti pubblici – comprenderanno che i TSF in pratica sono soldi liquidi, che equivalgono agli euro, allora i TSF verranno utilizzati anche come mezzi diretti di pagamento al posto degli euro, senza bisogno di conversione in euro. Ricordiamo che nei mercati finanziari il valore del TSF sarà pari all’importo dello sconto fiscale al netto di un modesto tasso di attualizzazione. Il tasso di attualizzazione sarà assai contenuto in considerazione del fatto che i TSF sono strumenti monetari (quindi titoli a breve termine) ultra-garantiti grazie alla loro utilizzabilità per conseguire sconti fiscali. In pratica, a differenza dei titoli di stato che presentano rischi di default, i TSF avranno sempre valore: 100 euro di TSF = 100 euro (meno al massimo 1-2%). 

I TSF devono essere titoli di stato a maturità differita (due/tre anni), altrimenti genererebbero immediatamente deficit fiscale e non darebbero tempo al moltiplicatore fiscale di produrre incremento di PIL. Solo se i TSF hanno scadenze e maturità differite entra in gioco il moltiplicatore che fa aumentare il PIL: conseguentemente i nuovi ricavi fiscali nel giro di due/tre anni coprirebbero il buco che altrimenti si creerebbe con l'emissione di TSF. Questo punto fondamentale non è presente nella proposta di Zezza. Ma così si creerebbe immediatamente deficit pubblico che ci porterebbe fuori dall'euro. 

I TSF non sostituiscono la moneta corrente, l'euro, e costituiscono reddito aggiuntivo per le famiglie. Ovvero, gli stipendi e i salari, le pensioni, continueranno a essere pagati in euro. I TSF distribuiti gratuitamente generano incremento di reddito ma non sostituiscono la moneta corrente. Altrimenti non ci sarebbe manovra espansiva e si introdurrebbe una sorta di moneta parallela contestabile dalla BCE e poco apprezzata dal pubblico (che ovviamente preferisce disporre di “moneta vera”, moneta legale, gli euro). L'attribuzione dei TSF alle famiglie alimenta i consumi e l'aumento della domanda interna è essenziale per la ripresa economica. Inoltre l'incremento di reddito delle famiglie combatte la povertà e crea grande consenso sociale verso la manovra. 

- - Occorre finanziare con i TSF direttamente le imprese per non squilibrare la bilancia commerciale. Questo è un altro punto fondamentale da includere nel progetto. La crescita della domanda interna produrrà inevitabilmente un aumento delle importazioni. Se non si taglia il cuneo fiscale alle aziende, e se le aziende non diventeranno più competitive verso l'estero, allora si potrebbe produrre un disequilibrio molto pericoloso della bilancia commerciale e quindi della bilancia dei pagamenti (creazione di nuovo debito finanziario per compensare il deficit commerciale). Non si può ignorare il fatto che i TSF devono essere assegnati anche alle aziende in maniera opportuna e con criteri da approfondire con attenzione. 

Su questi punti occorre aprire un dibattito serio, sia a livello specialistico che pubblicamente. Ne va del presente e del futuro dell'Italia e delle giovani generazioni. 

NOTE

[1] Vedi la dichiarazione di Papadimitriou: “Attract investments by taking advantage of the euro”, November 7, 2016 su http://www.keeptalkinggreece.com 

[2] Vedi eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro” a cura di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, con la prefazione di Luciano Gallino. 

[3] Vedi Mediobanca, “Italy: Country Update. Tide turns as recovery starts", 17 November 2015 

[4] Vedi Enrico Grazzini, Micromega.net “Tutti i conti dell'Italexit: nessuna catastrofe se l'Italia esce dall'euro” 

[5] Mediobanca, Country Update, “Re-denomination risk down as time goes by” 19 January 2017.

Re: Creare una moneta parallela all'Euro in Italia  

  By: gianlini on Giovedì 15 Dicembre 2016 12:22

Yen in discesa libera vs USD!!

Un investitore giapponese che avesse investito nel DOW avrebbe guadagnato il 25 % in un mese!!!

Fortuna che Trump ha ammonito Ford di non spostare la produzione in Messico. Ha già risparmiato un 10 % e se attende ancora un mesetto, risparmia come minimo un altro 10 % sull'investimento da fare...;) - poi pazienza se Trump le mette il dazio del 35 %,....ci guadagna ugualmente....

 

 


 Last edited by: gianlini on Giovedì 15 Dicembre 2016 14:10, edited 3 times in total.

Re: Creare una moneta parallela all'Euro in Italia  

  By: pana on Venerdì 09 Dicembre 2016 11:04

BOC out with the announcement a short while ago 9 Dec

I included it in another post but probably worth a separate mention.

 

PBOC announces that China will start direct trading between yuan and 7 more currencies from 12 Dec:

  • PLN
  • SEK
  • TRY
  • MXN
  • NOK
  • DKR
  • HUF

CFETS, the part of the PBOC that runs the interbank FX market, says the aim is to facilitate bilateral trade and investment with these countries and lower exchange rate costs.

Previously the US $ has been used to determines the cross rate for the yuan against these ccys.

Re: Creare una moneta parallela all'Euro in Italia  

  By: Melchior! on Martedì 06 Dicembre 2016 19:44

E adesso diamoci da fare per aiutare gli italiani che hanno votato SI a superare il diaframma cognitivo che impedisce loro di
capire come una banca privata e straniera, con il semplice trucco della
moneta debito, sta rovinando la loro esistenza costringendoli ad una
vita di sacrifici e di stenti per pagare, e per decenni ancora a venire,
un debito contratto dalle banche.
Superato il diaframma cognitivo, i
traditori, i corrotti ed i manutengoli, che espongono quotidianamente
il loro volto nelle televisioni condotte da informatori asserviti, non potrebbero liberamente circolare per la strade di questo grande e tradito Paese.

***Provate a ricordare al Popolo italiano che, quando aveva la lira,
stampava a suo piacimento la moneta nella sua zecca e, tutte le volte
che realizzava un progetto, pagava le maestranze creando ricchezza senza
indebitarsi.
***Provate a spiegare al Popolo italiano che un gruppo
di traditori italiani ha ceduto la liberta’ di stampare moneta in base
alle nostre esigenze ad una banca privata e straniera che stampa moneta
per conto nostro, con la sue rotative, per poi darcela in prestito, non
addebitandoci il puro costo di stampa, ma la cifra scritta sulla moneta:
ad esempio, se il costo per stampare 500 euro e’ di 2 centesimi, nel
momento del ritiro della banconota, la banca privata e straniera bce
incassa, senza far nulla, ben 499,98 euro e noi c’ indebitiamo per 500
euro + gli interessi.
Al tempo della nostra sovranita’ monetaria,
ogni volta che realizzavamo un progetto creavamo ricchezza, adesso, con
il ricorso al prestito della moneta stampata dalla banca privata e
straniera bce, creiamo debito.
***La cessione, illecita e senza
legittimazione democratica, della sovranita’ monetaria e’ stata la
ferita piu’ feroce inflitta al nostro Paese ed i traditori che l’ hanno
compiuta non sono stati linciati per il diaframma cognitivo da loro
eretto tra il popolo e contorti patti dell’ Europa della bce, nonche’
per la mal riposta fiducia degli italiani che, nonostante tutto, mai
avrebbero creduto che i loro stessi uomini politici, eletti, riveriti e
ben pagati, congiurassero per la loro rovina.

Francesco Miglino

Re: Creare una moneta parallela all'Euro in Italia  

  By: temistocle2 on Martedì 29 Novembre 2016 14:28

per "quelli hanno paura dell'inflazione", notizia di stamani,

aumento di stipendio del 3,3% per i burocrati dell'Ue retroattivo a luglio


 


 Last edited by: temistocle2 on Martedì 29 Novembre 2016 14:30, edited 1 time in total.

Re: Creare una moneta parallela all'Euro in Italia  

  By: shera on Venerdì 25 Novembre 2016 22:45

Solite argomentazioni da Handicappato

Re: Creare una moneta parallela all'Euro in Italia  

  By: (telesma) on Venerdì 25 Novembre 2016 21:42

sodalizzo con te, cara shera, solo perchè oggi è la giornata mondiale della donna.

ma sappilo tenera troietta, che in assenza di foraggio, i somari son scappati da un pezzo, e tu sei rimasta l' unica a ragliare.

 

ioooo  ioooo

 

 

 


 Last edited by: (telesma) on Venerdì 25 Novembre 2016 21:43, edited 1 time in total.

Re: Creare una moneta parallela all'Euro in Italia  

  By: shera on Venerdì 25 Novembre 2016 16:35

 

I somari ignoranti che parlano di inflazione sono anche su questo forum, che polli!

Re: Creare una moneta parallela all'Euro in Italia  

  By: gianlini on Venerdì 25 Novembre 2016 11:09

Il concetto è tornare indietro rispetto al 2000, in cui debiti/crediti (debito pubblico) su cui nessuno poteva far realmente affidamento (cioè che tutti sapevano che potevano svalutarsi) si sono trasformati in moneta dura, che invece non si svaluta

Ma gli italiani, un debito non svalutabile non potevano permetterselo...e ora si torna indietro...cercando di ricreare una moneta a misura di cialtroneria....


 Last edited by: gianlini on Venerdì 25 Novembre 2016 11:18, edited 1 time in total.

Re: Creare una moneta parallela all'Euro in Italia  

  By: Acmen on Venerdì 25 Novembre 2016 10:57

"..La cosa bella è che l'euro continua a funzionare quando si commercia con gli altri paesi o si va in vacanza."

 

Quindi secondo te la cosa bella è avere un ' inflazione a due cifre nel giro di 6 mesi un' anno ? 

Re: Creare una moneta parallela all'Euro in Italia  

  By: shera on Venerdì 25 Novembre 2016 03:17

Per come la vedo io e scrivo da anni la moneta parallela è una lira convertibile con l'euro AD UN TASSO VARIABILE.

quindi se ci sono 100B euro e 100B lire lo scambio è alla pari.

Poi come la gente inizia a comprare gli euro la lira si SVALUTA rispetto all'euro, quindi se ci sono 270 lire e 90 Euro lo cambi 1:3.

Ma questo non succederà mai perchè le tasse non puoi pagarle in euro e anche la spesa al supermercato sarebbe meglio obbligare a pagarla solo nella nuova moneta se si è furbi (ma forse è chiedere troppo).

La cosa bella è che l'euro continua a funzionare quando si commercia con gli altri paesi o si va in vacanza.