Next is Italy, La Prossima è l'Italia

 

  By: Brutto Bacarospo on Lunedì 15 Agosto 2011 16:35

Le cause della fine del Regno delle due Sicilie È necessario innanzitutto precisare che il "risorgimento" italiano, nei riguardi del Regno delle Due Sicilie, è stato ed è un grande falso storico oltre che un grandissimo crimine. Il cosiddetto "risorgimento" fu una martellante propaganda di guerra e rappresenta il classico esempio che la storia viene sempre scritta dal vincitore. Esso non è stato in realtà che un capitolo della storia dell'imperialismo inglese. La mistica risorgimentale ci ha abituato a considerare Cavour come un grande statista, un genio della politica. In realtà la maggior parte delle sue decisioni non furono altro che esecuzioni dei "suggerimenti" che venivano orchestrati da Londra. La politica imperiale inglese si è sempre basata su due fattori cardini: il mantenimento di una grande potenza navale (the sllent power of sea) e l'alimentazione di disordini all'interno degli altri Stati, che venivano così distolti dalla politica estera. L'Inghilterra, per quanto riguarda in particolare il Mediterraneo, perseguì una sua complessa strategia politica che si sviluppò attraverso varie fasi. Iniziò con l'impossessamento di Gibilterra e, nel 1800, di Malta, che apparteneva alle Due Sicilie, approfittando dei disordini causati dalle guerre di Napoleone. Poi, intorno al 1850, in previsione dell'apertura del canale di Suez, per essa divenne vitale possedere il dominio dei Mediterraneo per potersi collegare facilmente con le sue colonie. Per questo i suoi obiettivi principali furono l'eliminazione della Russia dal Mediterraneo, contro la quale scatenò la vittoriosa guerra di Crimea nel 1853, e il ridimensionamento dell'influenza politica della Francia nel Mediterraneo. Il fattore determinante che spinse l'Inghilterra a dare inizio alle modifiche dell'assetto politico della penisola italiana furono gli accordi commerciali tra le Due Sicilie e l'Impero Russo, che aveva iniziato a far navigare la sua flotta nel Mediterraneo, avendo come base di appoggio i porti delle Due Sicilie. La Francia, a sua volta, voleva rafforzare la sua influenza sulla penisola italiana, sia con un suo protettorato sullo Stato Pontificio, sia con un suo progetto di mettere un principe francese nelle Due Sicilie. Per raggiungere questi obiettivi le due potenze si servirono del piccolo Stato savoiardo che, non avendo risorse economiche e militari per fare le sue guerre, dovette vendere alla Francia Nizza e la Savoia, ed era in procinto di vendere anche la Sardegna se non fosse stato fermato dall'Inghilterra che temeva un più forte dominio della Francia nel bacino mediterraneo. In Piemonte, infatti, il sistema sociale ed economico era ben povera cosa. Vi erano solo alcune Casse di risparmio e le istituzioni più attive erano i Monti di Pietà. Insomma esistevano solo delle piccole banche e banchieri privati, generalmente d'origine straniera, che assicuravano il cambio delle monete al ridotto mercato piemontese. In Lombardia non c'era alcuna banca di emissione e le attività commerciali riuscivano ad andare avanti solo perché operava la banca austriaca. E tutto questo già da solo dovrebbe rendere evidente che prima dell'invasione del Sud, al nord non potevano esserci vere industrie, nè vi poteva essere un grande commercio, nè i suoi abitanti erano ricchi ed evoluti, come afferma la storiografia ufficiale. Per il Piemonte, dunque, il problema più urgente era quello di evitare il collasso economico, dato il suo disastroso bilancio, e l'unico modo per venirne fuori era quello offertogli da Inghilterra e Francia che gli promettevano il loro appoggio per l'annessione dei prosperi e ricchi territori delle Due Sicilie e degli altri piccoli Stati della penisola italiana. Il mezzo con cui l'Inghilterra diede esecuzione a questo disegno fu innanzitutto la propaganda delle idee sul nazionalismo dei popoli e critiche sul "dispotismo oppressivo" dei governi di Austria, Russia e Due Sicilie. A proposito di "Nazione", bisogna dire che si tratta di un concetto in termini giuridico-politici elaborato a partire dalla Rivoluzione Francese e sviluppatosi soprattutto nell'800. Questo concetto è stato un'autentica invenzione di un'ideologia molto coinvolgente ed emotiva che è servita, e serve ancora, per tenere insieme le parti e gli interessi di uno Stato. In tal modo si preparavano psicologicamente le masse a "giustificare" le sommosse popolari poi artatamente sollevate da sovversivi prezzolati, i quali istigavano anche ingenui idealisti, suggestionati da idee libertarie. Quando poi questi moti scoppiavano, si predicava il principio del "non intervento", spacciandole per "faccende interne" di uno Stato. Quelli che furono chiamati "moti liberali" venivano fatti scoppiare continuamente ad opera delle sette massoniche, che raggiungevano così numerosi scopi: la dimostrazione concreta che i governi erano oppressivi e che il popolo "spontaneamente" si ribellava al dispotismo. Inoltre, queste sommosse, facendo scatenare la necessaria reazione di quei governi, aggravavano e rendevano verosimili le menzogne propagandate. Per quanto riguarda le Due Sicilie i moti più gravi furono quelli del 1820 e del 1848, a cui vanno aggiunti gli episodi degli attentati del 17 dicembre 1856 (scoppio deposito polveri a Napoli con 17 morti) e del 4 gennaio 1857 (nel porto di Napoli saltò in aria la fregata Carlo III con 38 morti), quello del 25 giugno 1857 con lo sbarco di Pisacane e poi le rivolte di Palermo precedenti lo sbarco dì Garibaldi. La regia di queste azioni era del Mazzini collegato direttamente con Londra, il cui governo aveva affidato anche al Cavour l'incarico di far scoppiare sommosse in tutti gli altri Stati italiani, con l'evidente scopo di legittimare l'intervento del Piemonte per sedare i "disordini". Molti furono i disordini causati, tra l'altro, coll'invio di carabinieri in borghese. Nel frattempo, in preparazione allo sbarco del Garibaldi, erano stati formati nelle Due Sicilie alcuni centri sovversivi, che assoldavano molti delinquenti per le sommosse e corrompevano alte personalità duosiciliane per agevolare l'avanzata del pirata.

 

  By: Brutto Bacarospo on Lunedì 15 Agosto 2011 16:35

Le vicende garibaldine e l'invasione piemontese Il Garibaldi era di corporatura bassa, alto 1,65, ed aveva le gambe arcuate. Era pieno di reumatismi e per salire a cavallo occorreva che due persone lo sollevassero. Portava i capelli lunghi perché, avendo violentato una ragazza, questa gli aveva staccato un orecchio con un morso. Era un avventuriero che nel 1835 si era rifugiato in Brasile, dove all'epoca emigravano i piemontesi che in patria non avevano di che vivere. Fra i 28 e i 40 anni visse come un corsaro assaltando navi spagnole nel mare del Rio Grande do Sul al servizio degli inglesi che miravano ad accaparrarsi il commercio in quelle aree. In Sud America non è mai stato considerato un eroe, ma un delinquente della peggior specie. Per la spedizione dei mille fu finanziato dagli Inglesi con denaro rapinato ai turchi, equivalente oggi a molti milioni di dollari. In una lettera, Vittorio Emanuele II ebbe a lamentarsi con Cavour circa le ruberie del nizzardo, proprio dopo "l'incontro di Teano": "... come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi sebbene, - siatene certo - questo personaggio non è affatto docile nè così onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l'affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l'infame furto di tutto il danaro dell'erario, è da attribuirsi interamente a lui che s'è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa". SBARCO DI MARSALA: fu di proposito "visto" in ritardo dalla marina duesiciliana, i cui capi erano già passati ai piemontesi, e fu protetto dalla flotta inglese, che con le sue evoluzioni impedì ogni eventuale offesa. Tra i famosi "mille", che lo stesso Garibaldi il giorno 5 dicembre 1861 a Torino li definì "Tutti, generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto", sbarcarono in Sicilia, francesi, svizzeri, inglesi, indiani, polacchi, russi e soprattutto ungheresi, tanto che tu costituita una legione ungherese utilizzata per le repressioni più feroci. Al seguito di questa vera e propria feccia umana, sbarcarono altri 22.000 soldati piemontesi appositamente dichiarati "congedati o disertori". CALATAFIMI: contrariamente a quanto viene detto nei libri di storia, il Garibaldi fu messo in fuga il giorno 15 maggio dal maggiore Sforza, comandante dell' 8 Cacciatori, con sole quattro compagnie. Mentre inseguiva le orde del Garibaldi, lo Sforza ricevette dal generale Landi l'ordine incomprensibile di ritirarsi. Il comportamento del Landi risultò comprensibilissimo quando si scoprì che aveva ricevuto dagli emissari garibaldini una fede di credito di 14.000 ducati come prezzo del suo tradimento. Landi qualche mese più tardi morì di un colpo apoplettico quando si accorse che la fede di credito era falsa: aveva infatti un valore di soli 14 ducati. PALERMO: il Garibaldi, il 27 maggio, si rifugiò in Palermo praticamente indisturbato dai 16.000 soldati duosiciliani che il generale Lanza aveva dato ordine di tenere chiusi nelle fortezze. Il filibustiere così poté saccheggiare al Banco delle Due Sicilie cinque milioni di ducati ed installarsi nel palazzo Pretorio, designandolo a suo quartier generale. In Palermo i garibaldini si abbandonarono a violenze e saccheggi di ogni genere. A tarda sera del 28 arrivarono, però, le fedeli truppe duosiciliane comandate dal generale svizzero Von Meckel. Queste truppe, che erano quelle trattenute dal generale Landi, dopo essersi organizzate, all'alba del 30 attaccarono i garibaldini, sfondando con i cannoni Porta di Termini ed eliminando via via tutte le barricate che incontravano. L'irruenza del comandante svizzero fu tale che arrivò rapidamente alla piazza della Fieravecchia. Nel mentre si accingeva ad assaltare anche il quartiere S. Anna, vicino al palazzo di Garibaldi, che praticamente non aveva più vie di scampo, arrivarono i capitani di Stato Maggiore Michele Bellucci e Domenico Nicoletti con l'ordine del Lanza di sospendere i combattimenti perché ... era stato fatto un armistizio, che in realtà non era mai stato chiesto. L'8 giugno tutte le truppe duosiciliane, composte da oltre 24.000 uomini, lasciarono Palermo per imbarcarsi, tra lo stupore e la paura della popolazione che non riusciva a capire come un esercito così numeroso si fosse potuto arrendere senza quasi neanche avere combattuto. La rabbia dei soldati la interpretò un caporale dell'8° di linea che, al passaggio del Lanza a cavallo, uscì dalle file e gli gridò "Eccellé, o' vvi quante simme. E ce n 'aimma 'i accussì ?". Ed il Lanza gli rispose "Va via, ubriaco". Lanza, appena giunse a Napoli, fu confinato ad Ischia per essere processato. I garibaldini nella loro avanzata in Sicilia compirono efferati delitti. Esemplare e notissimo quello di Bronte, dove "l'eroe" Nino Bixio fece fucilare quasi un centinaio di contadini che, proprio in nome del Garibaldi, avevano osato occupare alcune terre di proprietà inglese. MILAZZO:11 giorno 20 luglio vi fu una cruenta battaglia a Milazzo, dove 2.000 dei nostri valorosissimi soldati, condotti dal colonnello Bosco, sgominarono circa 10.000 garibaldini. Lo stesso Garibaldi accerchiato dagli ussari duosiciliani rischiò di morire. La battaglia terminò per il mancato invio dei rinforzi da parte del generale Clary e i nostri furono costretti a ritirarsi nel forte per il numero preponderante degli assalitori. Nello scontro i soldati duosiciliani, ebbero solo 120 caduti, mentre i garibaldini ne ebbero 780. Eroici, e da ricordare, furono i valorosi comportamenti del Tenente di artiglieria Gabriele, del Tenente dei cacciatori a cavallo Faraone e del Capitano Giuliano, che morì durante un assalto. Episodi di tradimento si ebbero anche in Calabria, dove nel paese di Filetto lo sdegno dei soldati arrivò tanto al colmo che fucilarono il generale Briganti, che il giorno prima, senza nemmeno combattere, aveva dato ordine alle sue truppe di ritirarsi. NAPOLI: il giorno 9 settembre arrivarono a Napoli i garibaldini. Mai si vide uno spettacolo più disgustoso. Quell'accozzaglia era formata da gente bieca, sudicia, famelica, disordinata, di razze diverse, ignorante e senza religione. Occuparono all'inizio Pizzofalcone, poi nei giorni seguenti si sparsero per la città, tutto depredando, saccheggiando ogni casa. Furono violentate le donne e assassinato chi si opponeva. Furono lordati i monumenti, violati i monasteri, profanate le chiese. Il giorno 11 il Garibaldi con un decreto abolì l'ordine dei Gesuiti e ne fece confiscare tutti i beni. Furono incarcerati tutti quei nobili, sacerdoti, civili e militari che non volevano aderire al Piemonte, mentre furono liberati tutti i delinquenti comuni. Il Palazzo Reale fu spogliato di tutto quanto conteneva. Gli arredi e gli oggetti più preziosi furono inviati a Torino nella Reggia dei Savoia. Il filibustiere con un decreto confiscò il capitale personale e tutti beni privati del Re dal Banco delle Due Sicilie, che fu rapinato di tutti i suoi depositi. Napoli in tutta la sua storia non ebbe mai a subire un così grande oltraggio, eppure nessun libro di storia "patria" ne ha mai minimamente accennato. CAPUA, VOLTURNO, GARIGLIANO, GAETA: eliminati i generali traditori i soldati duosiciliani dimostrarono il loro valore in numerosi episodi. La vittoriosa battaglia sul Volturno non fu sfruttata solo per l'inesperienza dei nostri comandanti militari. In seguito, la vile aggressione piemontese alle spalle costrinse il nostro esercito alla ritirata nella fortezza di Gaeta, dove il giovane Re Francesco II e la Regina Maria Sofia, di soli 19 anni, diventata poi famosa con l'appellativo "eroina di Gaeta", si coprirono di gloria in una resistenza durata circa 6 mesi. Gaeta non potè mai essere espugnata dai piemontesi, ma solo bombardata. Con la resa di Gaeta (13.2.61), di Messina (14 marzo) e di Civitella del Tronto (20 marzo), il Regno delle Due Sicilie cessò di esistere. I Piemontesi non rispettarono i patti di capitolazione e i soldati duosiciliani in parte furono fucilati, altri vennero deportati in campi di concentramento in Piemonte. Di questi soldati, morti per la loro Patria, oggi non c'è nemmeno una segno che li ricordi e non meritavano l'oblio cui li ha condannati la leggenda risorgimentale. PLEBISCITO: il giorno 21 ottobre 1860 vi fu a Napoli e in tutte le provincie del Regno la farsa del Plebiscito. A Napoli, davanti al porticato della Chiesa di S. Francesco di Paola, proprio di fronte al Palazzo Reale, erano state poste, su di un palco alla vista di tutti, due urne: una per il SÌ ed una per il NO. Si votava davanti ad una schiera minacciosa di garibaldini, guardie nazionali e soldati piemontesi. Il giorno prima erano stati affissi sui muri dei cartelli sui quali era dichiarato "Nemico della Patria" chi si astenesse o votasse per il NO. Votarono per primi i camorristi, poi i garibaldini, che erano per la maggior parte stranieri, e i soldati piemontesi. Qualcuno dei civili che aveva tentato di votare per il NO fu bastonato, qualche altro, come a Montecalvario, fu assassinato. Poichè non venivano registrati quelli che votavano per il SÌ, la maggior parte andò a votare in tutti e dodici comizi elettorali costituiti in Napoli. Allo stesso modo si procedette in tutto il Regno, dove si votò solo nei centri presidiati dai militari con ogni genere di violenze ed assassini

 

  By: GZ on Lunedì 15 Agosto 2011 16:22

Il ragionamento per cui il Piemonte voleva impadronirsi di regioni più ricche è giusto, ma riferito alla LOMBARDIA!.. che allora era una delle regioni più ricche d'europa e il fiore all'occhiello dell'impero austro-ungarico. Ma basta leggere qualunque autore del 1700 da Goethe a Stendhal che passavano in Italia e tutti notavano che Milano e la Lombardia erano ricche

 

  By: defilstrok on Lunedì 15 Agosto 2011 16:15

Condivido il suo punto di vista, Zibordi. Ma certi primati sono indiscutibili e, sebbene non autorizzino ad addossare al Nord l'arretratezza di oggi del Mezzogiorno, mettono comunque in forse l'arretratezza di allora con cui tanto facilmente spesso si etichetta il Sud

 

  By: GZ on Lunedì 15 Agosto 2011 15:53

Se il Regno delle Due Sicilie che aveva circa 9 milioni di abitanti e come giustamente è stato osservato aveva anche delle riserve auree importanti, costruito una ferrovia ecc... era prospero e avanzato come mai è stato abbattuto due o tre mila volontari con Garibaldi disorganizzati che partirono perdendo subito la nave con le munizioni e poi dovettero elemosinarne in giro durante il viaggio ? Non vale l'argomento che ha perso perchè era un regime pacifico e poco avezzo al sangue perchè durante la rivoluzione del 1799 i Borboni fecero impiccare e decapitare centinaia e centinaia di nobili e borghesi napoletani e furono citati in tutta europa perchè la loro repressione era stata la più sanguinosa La conquista del Regno delle Due Sicilie da parte di Garibaldi è simile a quella di Cortes del regno degli aztechi o degli inglesi in India, in teoria avrebbero dovuto essere schiacciati facilmente date le risorse dei Borboni di uomini e mezzi e se lo stato dei Borboni si è invece sfaldato subito evidentemente era marcio. Come minimo non era popolare perchè non hanno combattuto per difendere la loro indipendenza. Nello stesso anno esatto in cui il Nord invase il Sud d'Italia il Sud degli Stati Uniti fu invaso dal Nord con Lincoln che aveva il triplo di uomini e mezzi, ma i sudisti combatterono per quattro anni senza tregua prima di arrendersi. E negli stessi anni esatti il Nord della Germania (la Prussia) in pratica conquistò il resto della Germania, ma in quel caso furono abbastanza contenti, nessuno se ne è lamentato più di tanto e oggi in Baviera non rimpiangono il granduca. Insomma o ci tenevano all'indipendenza del Mezzogiorno e allora dovevano difenderla come i sudisti in America oppure andava bene essere parte di uno stato unitario come i tedeschi e allora non ci si lamenta. Non fare quasi niente (per difendere l'indipendenza), ma in compenso continuare a lamentarsi è un classico. Ci si racconta a vicenda la favola del regno dei Borboni che era uno dei più avanzati mentre si prende il treno per andare a curarsi in un ospedale del nord. Il patriottismo è apprezzabile, ma è meglio se è anche realistico altrimenti hai i cinesi che difendono anche il regime di Mao e gli imperatori Manciù negando che fossero arretrati e feroci perchè difendono tutto quello che è cinese, gli arabi che affermano di essere stati all'avanguardia della scienza e della tecnica per 1500 anni e non ti spiegano dove sia finito questa tecnologia se emigrano tutti qui, gli indiani che sono eredi di questa grande civiltà e poi vivono in maggioranza tra monnezza e sterco e le loro antiche città sono coperte dalla giungla da secoli, gli ebrei che fantasticano del loro grande regno di Salomone perso 2 mila anni fa che devono ora riavere ad ogni costo, anche se in archeologia non se ne trova traccia...

 

  By: defilstrok on Lunedì 15 Agosto 2011 15:45

Non c'è che dire. un video senz'altro bello e, per diversi aspetti, rivelatore

 

  By: Brutto Bacarospo on Lunedì 15 Agosto 2011 14:56

GZ wrote: "Il fatto che sia stato il Piemonte a conquistare tutta l'Italia è un indizio sicuro che era più organizzato, tecnicamente più avanzato e più efficiente." http://www.youtube.com/watch?v=89Z8u2cNltk

 

  By: Paolo_B on Venerdì 12 Agosto 2011 02:35

si xtol, è probabilmente proprio come dici un gioco delle parti per quanto concerne molti punti del programma. Un governo italiano senza l'emergenza non potrebbe fare certe cose che magari vorrebbe già fare. Il mio utilizzo poi di aggettivi moralmente connotati è stato già fatto oggetto di pentimento poco dopo il clic che ha inserito il post. Per altre conseguenze invece è meno gioco delle parti. Abbiamo infatti una oggettiva e reale perdita di potere dei politici italiani rispetto a quelli europei, e che ai nostri politici non fa piacere di sicuro. Ancora, tagliare le spese e/o qualsiasi forma di controllo su di esse, significa meno possibilità di maneggiare il denaro, per i politici è una prospettiva di meno torta per tutti.

 

  By: XTOL on Venerdì 12 Agosto 2011 01:41

ricattare? buoni e cattivi? a me sembra, anzi sono convinto che sia un gioco delle parti. mi faccio le domande e mi do le risposte: come fa la bce a mantenere il suo potere? presentandosi come indispensabile (prestatore di ultima istanza). come fa il nano a mantenere il suo potere? presentandosi come difensore dei suoi elettori. qual'è l'unico risultato auspicabile (per chi crede alla messa in scena)? sacrifici per noi e un'altro giro di giostra per loro. il sistema è inemendabile

 

  By: SpiderMars on Venerdì 12 Agosto 2011 00:02

Leggendo commenti del genere viene il dubbio che abbiano abolito lo studio della storia alle superiori. ------------------------------------- A me viene il dubbio che Moderatore abbia frainteso e non abbia capito, resta il fatto che in quelle date citate dove dove si sono verificati i moti le battaglie e le scaramucce non era presente un' esercito Italiano, poi ho scritto chiaramente che non vi è stata guerra per conquistare il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio perchè era già stato concordato e siglato tutto dal trattato con il Papa e le potenze Europee per cui l' Italia doveva essere divisa in Stati Federali poi i Savoia come al solito fecero i Furbetti e tradirono come al solito ma non voglio ritornare sull' argomento che ho già spiegato in particolari Post ai tempi dei festeggiamenti dell' unità d' Italia. (brano tratto dall' opuscolo per i Festeggiamenti dell' Unità d' Italia quindi partigiano) L’opportunità di unire le diverse parti da cui il Bel Paese era formato scaturì innanzitutto dall’unione della Lombardia al Piemonte nel 1859. Il tutto fu possibile per l’appoggio che la Francia diede a questa operazione. Nel 1855, infatti, il Conte di Cavour, che era primo Ministro, fece scendere in guerra il suo Piemonte in Crimea. Un conflitto che ebbe luogo negli anni 1854/56 con il quale egli si conquistò l’amicizia della Francia. Nel 1858, Cavour e Napoleone III di Francia firmarono il Patto di Plombiers con il quale Napoleone prometteva il suo aiuto, il Piemonte annetteva Venezia e la Lombardia combattendo contro l’Austria. L’Austria si ritirò e la Lombardia venne ceduta al Piemonte. Cavour poi morì in circostanze misteriose eheheh...! ed i Lombardi si pentirono accorgendosi ben presto di essere stati traditi da Carlo Alberto, si accorsero ben presto di stare meglio sotto gli AustroUngarici

 

  By: Paolo_B on Giovedì 11 Agosto 2011 23:45

Caro anti, rileggendomi mi accorgo che ho potuto dare l'impressione di fare la divisione fra il governo italiano (buono) e il potere di bruxelles (cattivo). In realtà se guardi ai miei messaggi precedenti stavo invece più dalla parte di bruxelles (e poi quando dicevo - incontrando molte critiche - che ormai in europa dobbiamo starci per forza). Quello che è invece la cosa importante è che però il meccanismo descritto da Zibordi e spiegato da quell'articolo è vero. L'europa sta ricattando e minacciando l'Italia. Le parole hanno una denotazione negativa ma non è detto che il risultato sia sbagliato. Ma il succo è che - SE è COSI'- gli attacchi al nostro sistema non sono finiti, e anzi proprio il fatto che berlusconi non ci andrà pesante magari - aumenta la probabilità di nuove crisi per l'italia. E' proprio un intervento operativo quindi, non politico, che io-me è il mio unico partito. Dulcis in fundo personalmente preferirei deflazioni che durino il più lungo possibile, dato che non ho mutui ma contanti. Il problema è che se per ora il comportamento dell'europa di cui stiamo parlando è deflattivo per l'italia, prima o poi finirà. E la tendenza deflattiva potrebbe esplosivamente cambiare verso....

Più tasse o meno spese? Tertium non datur! - antitrader  

  By: antitrader on Giovedì 11 Agosto 2011 23:35

Paolo, nei tuoi scritti traspare un'incrollabile fede a mo' di integralista islamico che non vuole accettare nemmeno di fronte alle prove piu' defnitive che Allah si e' rivelato meno grande di quanto sembrava. Insomma, continui a menarla (come altri) con il cavaliere e' un insuperabile baluardo contro le tasse. Se un governo non mette le tasse ma non taglia nemmeno la spesa e quindi sfonda il bilancio allora vuol dire che le tasse le ha solo rinviate, cosa c'entrano i banchieri e l'Europa cattiva??? Si sta diffondendo una dottrina molto pericolosa secondo la quale i debiti non vanno pagati perche' ce li hanno fatti fare i banchieri cattivi. Paolo, ma quando tu (o la tua famiglia) hai fatto un mutuo poi lo hai pagato oppure lo ha rinnegato adducendo strane teorie quali il signoraggio??? E se hai fatto un mutuo sei andato tu in banca a chiederlo (magari in ginocchio) o c'era il banchiere appostato sotto casa tua che te lo ha appioppato di forza??? Altra dottrina ancora piu' pericolosa e' che fare default e' una passeggiata, spero che chi lo afferma lo faccia a mo' di barzelleta. I debiti si pagano caro mio, io saprei come fare a sisetmare il bilancio, una bella patrimoniale una tantum da 200 miliardi sui patrimoni piu' ricchi da destinare esclusivamente al riacquisto e annullamento di titoli di stato. Se pensi di salvare la baracca togliendo altri 50 euro al mese a chi ne guadagna 1000 allora fai recessione su recessione fino al disastro finale che consistera' in milioni di morti.

 

  By: Paolo_B on Giovedì 11 Agosto 2011 22:53

questo appena postato da Zibordi implica una necessità logica. Ossia che non sia finita. Cioe', quel potere che comanda all'italia il cosa fare è un potere basato sulla minaccia, e quindi può affermarsi e permanere solo incutendo danni. In altre parole se vogliono cambiare le finanze dello stato con la ricchezza degli italiani (verbatim nell'articolo) dovranno fare altri attacchi in modo che il governo agisca nella modalità che vogliono. Dalla descrizione della manovra che "fumosamente" è stata disegnata mi sembra poi che la mano di Berlusconi sia ancora pesante. La patrimoniale è ancora in dubbio, se capisco bene. Quindi agiranno ancora. Dovremmo aspettarci nuovi attacchi fino alla caduta di questo governo e l'instaurazione di uno nuovo, magari tecnico, che attui una sottomissione totale e assoluta.

L'Italia è stata commissariata - Moderatore  

  By: Moderatore on Giovedì 11 Agosto 2011 22:46

A proposito, come si era modestamente previsto mesi fa quando l'Irlanda e poi la Grecia erano state commissariate, l'Italia da sabato scorso è stata commissariata, il nostro governo è stato sostituito da quello europeo/globale. Qui hai Attali oggi, da 30 anni eminenza grigia della politica francese ed europea e super insider dell'Elite Globalista (ora quasi in pensione) che spiega cosa succede... ------------- ...Parliamo dell’Italia.^«E’ stata commissariata, ed era necessario. Il governo italiano non riesce a cavarsela, dunque o l’Italia esce dall’euro, o accetta che le sia dettata la politica da seguire#http://qn.quotidiano.net/primo_piano/2011/08/11/560681-attali_vuole_uomini_stato.shtml^: non si può volere tutto. Peccato, perché gli italiani hanno i mezzi per risolvere la crisi: sono più ricchi degli altri europei, che hanno in media un patrimonio uguale a 6 volte il Pil, mentre gli italiani hanno un patrimonio uguale a 8 volte. Basterebbe che sacrificassero un ottavo del loro patrimonio per cancellare il debito pubblico, ma non vogliono farlo e continuano a vivere nell’illusione che tutto si aggiusti da sé. Sono responsabili per il lassismo governativo ed è chiaro che nessuno li aiuterà se continueranno a pretendere di essere più ricchi degli altri e di vivere a credito». Jacques Attali DOCENTE di economia all’università Paris-Dauphine, eminenza grigia di Mitterrand, ex presidente della Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo, fondatore di PlaNet Finance, consigliere speciale di Sarkozy: se c’è un uomo che ha qualcosa da dire sulla crisi economica, questi è Jacques Attali

Unità a forza - Moderatore  

  By: Moderatore on Giovedì 11 Agosto 2011 22:12

leggendo commenti del genere viene il dubbio che abbiano abolito lo studio della storia alle superiori. In Italia dal 1848 al 1870 si è combattuto di continuo, solo nel 1848-1849 ci sono state una decina di battaglie, l'Italia è stato il campo di battaglia più gettonato per 25 anni in Europa. L'unico esercito italiano che si è distinto per combattere in quasi tutte le battaglie nelle guerre del 1847-1849, 1859-1861, 1866 e poi 1870 che sono una ventina di battaglie grandi e piccole era quello piemontese, affiancato da corpi di volontari. I prussiani non hanno dovuto combattere tanto. Il Regno di Sardegna non aveva debito prima di imbarcarsi in questa serie di guerre, tutto il famoso debito che aveva alla fine quando l'Italia è stata unificata rifletteva quasi interamente tutte queste guerre. Detto questo probabilmente era meglio se i piemontesi non combattevano tanto e lasciavano l'Italia come era da più o 1000 anni, dopotutto Svizzera, Belgio, Danimarca, Norvegia sono stati di dimensione identica a quella dei vari piccoli stati italiani del 1850 e stanno benissimo. La Catalogna si è conquistata un autonomia notevole nell'ultimo ventennio come i paesi baschi e così la Scozia che ora tiene un referendum in cui è in ballo la separazione dall'Inghilterra, il Belgio è senza governo DA DUE ANNI ORMAI perchè Valloni e Fiamminghi si stanno separando, Cechi e Slovacchi si sono separati felicemente, Lettoni, Estoni e Lituani sono contenti di essere indipendenti per la prima volta nella storia, Serbi, Croati, Sloveni, Bosniaci e Kosovari si sono divisi, la Russia o URSS si è divisa in quindici stati nel 1990 tornando agli stessi confini del 1613 !!!!. La tendenza naturale dei popoli sarebbe di separarsi su basi etniche, li rimettono assieme spesso con la forza le elites La cosa paradossale era che l'impero austro-ungarico era stato messo assieme quasi pacificamente, più che altro con matrimoni dinastici ed era piuttosto pacifico e civile. L'Italia invece è stata messa assieme quasi solo con la forza, con una serie infinita di guerre e guerricciole ed intrighi con la Francia, scontrandosi continuamente con i poveri austriaci. Nella leggenda dei vincitori erano guerre patriottiche, ma il supporto veniva da fasce di studenti ed intellettuali, la stragrande maggioranza dei lombardi o veneti stavano discretamente con l'Austria, dei toscani con il Duca, dei meridionali con i Borboni, dei parmensi con gli Estensi o Maria Luigia...forse solo nel centro-italia il regime del Papa era un poco impopolare... ma forse nemmeno quello ----------- 1848 ------------- Prima Campagna militare Il 23 marzo 1848 i primi contingenti dell'esercito sardo-piemontese varcarono il Ticino, seguiti dal grosso dell'esercito il 26. Si trattava di cinque divisioni che, al passaggio del Ticino, ricevettero una nuova bandiera: il tricolore. Con lentezza, Carlo Alberto mosse all'inseguimento del feldmaresciallo Radetzky e, avanzando lungo la direttrice Pavia-Lodi-Crema-Brescia, lo raggiunse al di là del fiume Mincio, sotto le fortezze del quadrilatero. In questa fase del conflitto parteciparono al conflitto, inviando delle truppe, il papa Pio IX, il granduca Leopoldo II di Toscana e il re di Napoli: ai circa 30.000 soldati piemontesi se ne aggiunsero 7.000 pontifici, 7.000 toscani e 16.000 napoletani. Il 30 aprile avvenne la carica dello Squadrone dei Reali Carabinieri di scorta al re Carlo Alberto che aprì la strada alla battaglia di Pastrengo, l'episodio non fu decisivo ai fini bellici ma diede morale ai Piemontesi e ai patrioti di tutta Italia. Questa storica carica dei Carabinieri a cavallo, e poi la battaglia di Santa Lucia, sotto le mura di Verona, il 6 maggio, ispirarono un eccessivo ottimismo alle forze anti-austriache. L'esercito sabaudo, infatti, non seppe sfruttare il successo ottenuto dando agio agli Austriaci di riorganizzarsi e passare all'offensiva attaccando da Mantova nel punto momentaneamente più debole dello schieramento italiano, quello in mano alle truppe toscano-napoletane, costituite in gran parte da volontari universitari posizionati su un terreno difficile da difendere. Investiti in pieno dall'attacco di un esercito di militari di professione, il 28 i toscano-napoletani resistettero nella Battaglia di Curtatone e Montanara per diverse ore, permettendo ai piemontesi di riorganizzarsi su posizioni più sicure. Il 30 maggio l'esercito sabaudo infine respinse la controffensiva austriaca nella battaglia di Goito e lo stesso giorno si arrese la fortezza austriaca di Peschiera. Quel giorno Carlo Alberto venne acclamato dalle sue truppe "Re d'Italia". Nel frattempo, Pio IX aveva pronunciato la famosa allocuzione Non semel al concistoro del 29 aprile, in cui si sconfessava l'azione del suo esercito, inizialmente penetrato in Veneto, su Padova e Vicenza, a copertura della città-fortezza di Venezia in rivolta. Il cambio di posizione fu causato dall'impossibilita' politica di combattere una grande potenza cattolica quale era l'Austria col rischio di un possibile scisma dei cattolici austriaci.[1] Il discorso papale del 29 aprile 1848 mise in risalto le contraddizioni del pensiero neoguelfo causa l'evidente incompatibilità della posizione del Papa come capo della Chiesa Universale ed allo stesso tempo Capo di uno Stato italiano, cioè tra il potere spirituale e quello temporale. Il ritiro dell'appoggio alla guerra contro l'Austria innescherà una crisi politica romana che porterà' il 24 novembre alla fuga del Papa a Gaeta e conseguentemente alla proclamazione della Repubblica Romana. Le truppe pontificie ed il loro comandante Giovanni Durando non gli ubbidirono, ma l'allocuzione diede l'occasione a Ferdinando II di Borbone per predisporre la sua ritirata dal conflitto, proprio quando le sue truppe avevano ormai raggiunto il Po ed erano in procinto di entrare in Veneto, a sostegno dell'esercito romano inviato da Pio IX. Tuttavia numerosi appartenenti all'artiglieria e al genio dell'esercito Borbonico, fra cui lo stesso comandante Guglielmo Pepe, proseguirono la guerra come volontari. Certamente, l'azione di Ferdinando II fu determinata dalle ambiguità di Carlo Alberto riguardo al Ducato di Parma (retto da una dinastia borbonica ma che la popolazione voleva annettere al Regno di Sardegna) e dalla situazione in Sicilia (sconvolta, sin da gennaio, da una rivoluzione che aveva relegato il "Real Esercito" nella sola piazzaforte di Messina, aveva resuscitato l'antico Regno di Sicilia ed inviato una delegazione a Torino per offrire la Corona a un Principe sabaudo, pur senza incontrare alcun incoraggiamento da parte di Carlo Alberto). Tuttavia, è certo che egli non avrebbe potuto permettersi tanto, in assenza del cambio di campo papale. Del corpo di spedizione napoletano rifiutarono l'ordine l'artiglieria e il genio (le «armi dotte»); pertanto sotto la guida del generale Guglielmo Pepe, un vecchio patriota, e la partecipazione di giovani quali i fratelli Luigi e Carlo Mezzacapo, Enrico Cosenz, Cesare Rosaroll, Alessandro Poerio, Girolamo Calà Ulloa e numerosi altri,... Molti altri volontari parteciparono al conflitto. Si possono ricordare gli studenti delle Università di Pisa e Siena ed i moltissimi volontari inquadrati dal governo provvisorio della Lombardia nei Corpi Volontari Lombardi, .... Garibaldi e Mazzini rientrarono in Italia per partecipare alla guerra, ma la loro accoglienza da parte dei Savoia fu tiepida. Tanto che Garibaldi poté partecipare solo alle ultime fasi, conducendo una piccola guerriglia in provincia di Como, al confine con il Canton Ticino, cui prese parte anche il volontario Natale Agostino Giuseppe Imperatori di Lugano La controffensiva dell'Austria Nel frattempo la linea del fronte restava fra il Mincio e Verona. Nessuno dei successi ottenuti da Carlo Alberto era stato decisivo e, sfruttando i timori del Re e del generale Eusebio Bava (e non assecondando l'opinione del gen. Ettore De Sonnaz, la cui condotta successiva durante la guerra fu comunque molto controversa), l'esercito piemontese si limitò a tallonare da presso quello austriaco in piena ritirata dopo le Cinque giornate di Milano, con Radetzky che non faceva mistero di considerare perso il Lombardo-Veneto. L'incapacità di assumere l'iniziativa da parte piemontese dette invece modo agli austro-ungarici di ritirarsi senza perdite nel Quadrilatero, potentemente difeso. La posizione strategica di Radetzky a questo punto si era notevolmente rinforzata, anche grazie all'arrivo di un corpo d'armata formato dal conte Nugent sull'Isonzo e di altri rinforzi dal Tirolo. Riconquistata Vicenza, il 10 giugno, gli imperiali ripresero l'offensiva contro l'esercito sardo-piemontese, battuto tra il 23 e il 25 luglio in una serie di scontri passati alla storia come prima battaglia di Custoza, dove proprio il De Sonnaz diede prova di inazione. Lo stesso giorno Carlo Alberto ricevette una delegazione guidata dal podestà di Milano Casati, che recava l'esito trionfale del Plebiscito che sanciva l'unione della Lombardia al Regno di Sardegna. Di lì cominciò una veloce, ma ordinata, ritirata verso l'Adda e Milano, dove si svolse, il 4 agosto la battaglia di Milano, al termine della quale Carlo Alberto si risolse a chiedere un armistizio. Il 5 agosto venne firmata la capitolazione. Il 6 agosto gli Austriaci rientrarono a Milano da Porta Romana. Il 9 agosto la tregua venne ratificata con la firma, a Vigevano, dell'armistizio di Salasco (dal nome del generale Carlo Canera di Salasco). L'Impero Austriaco rientrava nei suoi antichi confini, stabiliti nel 1815 dal congresso di Vienna. Tutte le città liberate tornavano nelle mani degli austriaci, con l'eccezione di Venezia, che si preparava a subire un lungo assedio. Aveva così fine la prima fase moderata del '48 italiano. L'articolo 6 dell'armistizio prevedeva una durata minima di sei settimane: entrambi i contendenti principali (Carlo Alberto e Radetzky) sapevano che la tregua era temporanea, in quanto, essendo mancata una decisiva sconfitta sarda si sarebbe giunti, presto o tardi, alla ripresa delle ostilità. Il prestigio militare di Carlo Alberto era tuttavia fortemente indebolito. Al Parlamento Subalpino avevano ripreso vigore le tendenze radicali e, l'anno successivo, si sarebbe assistito alla iniziativa «democratica». ---------------- 1859 --------------- Seconda campagna militare Carlo Alberto ruppe la tregua con l'Austria il 20 marzo, solo per venire pesantemente sconfitto a Novara, il 22-23 marzo, ed abdicò in favore di Vittorio Emanuele II. La fine della guerra fu segnata dall'armistizio di Vignale, concordato il 24 marzo, firmato il 26 e seguito dalla pace di Milano del 6 agosto 1849. Nelle giornate successive Radetzky chiuse anche la partita con i patrioti lombardi, soffocando sul nascere alcuni tentativi di ribellione (Como) e soffocandone nel sangue altri (Brescia). Mentre continuava unicamente l'assedio di Venezia. La strada era, quindi, libera per le nuove invasioni straniere. Il primo a muovere fu Luigi Napoleone, che il 24 aprile fece sbarcare a Civitavecchia un corpo di spedizione francese, guidato dal generale Oudinot. Questi tentò l'assalto a Roma il 30 aprile, ma venne malamente sconfitto. Ripiegò a Civitavecchia e chiese rinforzi. La strada era, quindi, libera per le nuove invasioni di Radetzky in Toscana, Emilia, Marche. Tutto ciò indusse Luigi Buonaparte, non ancora Imperatore, ad inviare contro Roma complessivamente oltre 30.000 soldati ed un possente parco d'assedio. Il 1º giugno il generale francese Oudinot, piegò dopo una lunghissima resistenza la Repubblica Romana. Stremata dall'assedio austriaco, dalla fame e da un'epidemia di colera, anche Venezia dovette alla fine arrendersi, sottoscrivendo la resa il 23 agosto 1849. Seguì un corpo di spedizione napoletano, fermato da Garibaldi a Palestrina, il 9 maggio. Poi una prima armata austriaca, guidata dal d'Aspre, che assalì e saccheggiò Livorno l'11 maggio ed occupò Firenze il 25 maggio, seguita da una seconda, che assediò e prese Bologna il 15 maggio. Verso la fine di maggio arrivò a Gaeta un corpo di spedizione spagnolo, che giunse solo, e era stato inviato ad occupare l'Umbria, cosa che avvenne senza scontri memorabili. Gli Austriaci si diressero allora verso Ancona per occupare anche questa città che aveva aderito alla Repubblica Romana ed aveva promesso a Garibaldi concreto aiuto nel difenderla. Gli Austriaci incontrarono però un'eroica ed imprevista resistenza (premiata nel 1899 con medaglia d'oro al valor militare). L'assedio vide impegnati nella difesa di Ancona italiani provenienti da tutte le Marche e dalla Lombardia, in totale circa cinquemila uomini contro più di cinquantamila austriaci. Era chiaro che in gioco non era né la sorte di una città, ormai quasi segnata a causa della sproporzione di forze, né solo quella della Repubblica Romana; fu invece una prova di forza che gli Italiani affrontarono senza reali speranze di ottenere la vittoria, allo scopo di impedire agli Austriaci di recarsi a Roma e di dimostrare l'attaccamento ai propri ideali di libertà ed indipendenza. L'assedio fu navale e terrestre contemporaneamente, e si segnalarono Antonio ed Augusto Elia, padre e figlio, molto legati a Garibaldi. Ora, a resistere agli Austriaci, in Italia erano rimaste solo Roma, Venezia ed Ancona. Dopo 26 giorni di aspri combattimenti (cadde il capitano cremasco Giovanni Gervasoni) il 21 giugno il capoluogo marchigiano deve cedere, e gli Austriaci concessero l'onore delle armi ai difensori. La brutale fucilazione di Antonio Elia mostrò che oramai Ancona aveva fatto il possibile; ora il vessillo della libertà doveva essere difeso a Roma e a Venezia Garibaldi, Aguyar (a cavallo) e Nino Bixio durante l'assedio di Roma. Disegno del 1854 di William Luson Thomas basato sullo schizzo di George Housman Thomas realizzato nel 1849 La necessità di riscattare la sconfitta del 30 aprile, e il desiderio di compensare i successi del Radetzky in Toscana, Emilia, Marche, indussero Luigi Buonaparte, non ancora Imperatore, ad inviare contro Roma complessivamente oltre 30.000 soldati ed un possente parco d'assedio. Il 1º giugno il generale francese Oudinot rinnegò un trattato di alleanza negoziato dal Lesseps ed annunciò la ripresa delle ostilità: Roma venne assaltata all'alba del 3 giugno. La resistenza fu assai più ostica del previsto e la città fu oggetto di pesanti bombardamenti. L'ultima battaglia la si combatté il 30 giugno con enormi perdite da entrambe le parti, dopo un giorno di tregua per raccogliere morti e feriti fu stipulata, il 2 luglio 1849 la resa della Repubblica Romana. Lo stesso giorno Garibaldi radunò in piazza San Pietro 4.700 volontari ed uscì verso est con il vago intento di sollevare le province per poi raggiungere Venezia assediata; venne inseguito dal d'Aspre sino a Comacchio, perse la moglie, fuggì miracolosamente sino in Liguria e, di lì, nel 1850 passò a New York presso Antonio Meucci. Il 12 aprile Pio IX fece ritorno a Roma ed abrogò la Costituzione concessa nel marzo di due anni prima. Dopo la resa di Ancona e di Roma, la città di Venezia rimase l'ultima a non aver ancora ceduto ai nemici dell'indipendenza italiana. Gli Austriaci avevano tentato di avvicinarsi alla città lagunare lungo il ponte della ferrovia, ma, a causa della forte resistenza, furono costretti a retrocedere. Iniziarono allora un pesante bombardamento contro la città stessa. Una prima richiesta di resa da parte del comandante in capo delle forze austriache, feldmaresciallo Radetzky, fu sdegnosamente respinta. Dopo lunghissima resistenza, ultima tra tutte le città italiane, stremata anche dalla fame e da un'epidemia di colera, dovette infine arrendersi, sottoscrivendo la resa il 23 agosto 1849. Dall'inizio del 1859 il governo piemontese adottò un comportamento smaccatamente provocatorio nei confronti dell'Impero Austriaco, operando una politica di forte riarmo e, quindi, contravvenendo agli impegni assunti con il trattato di pace del 6 agosto 1849. Condizione necessaria dell'accordo franco-sardo, infatti, era che fosse l'Austria a dichiarare guerra. In previsione degli eventi, erano tornati in Italia Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi: a quest'ultimo fu affidato il compito di organizzare un corpo di volontari, i Cacciatori delle Alpi, consentendo l'arruolamento di fuoriusciti dal Lombardo-Veneto, posto sotto il dominio dell'Impero Austriaco. Quest'ultimo, non informato degli accordi di Plombières[senza fonte], decise di fare la prima mossa, con l'intento di replicare l'operazione così ben riuscita al maresciallo Josef Radetzky contro Carlo Alberto, a Novara nel 1849. Il 30 aprile l'Austria dichiarò guerra al Regno di Sardegna: la Francia era impegnata in un'alleanza difensiva che Napoleone III, non senza resistenze interne, decise di onorare Già il 29 aprile l'esercito austriaco di Gyulai attraversò il Ticino nei pressi di Pavia ed invase il territorio piemontese, il 30 occupò Novara, Mortara e, più a nord, Gozzano, il 2 maggio Vercelli, il 7 Biella. L'azione non veniva ostacolata dall'esercito piemontese, accampato a sud fra Alessandria, Valenza e Casale. Gli austriaci arrivarono sino a 50 km da Torino. A questo punto, tuttavia, Gyulai invertì ordine di marcia e si ritirò oltre il Sesia e poi verso la Lombardia: un ordine espresso da Vienna, infatti, gli aveva suggerito che "il miglior teatro di operazioni è il Mincio", lì dove gli Austriaci avevano, appena 11 anni prima, domato l'avanzata piemontese e salvato i propri domini in Italia. Così facendo, tuttavia, gli austriaci rinunciavano a battere separatamente piemontesi e francesi, e consentivano il ricongiungimento dei due eserciti. Il comando austriaco, inoltre, operava una totale inversione strategica, che difficilmente può essere spiegata senza ipotizzare una certa confusione. Certamente non ne fu responsabile Gyulai, al quale, semmai, può essere rimproverata una certa debolezza nell'azione. La 2ª divisione del generale Joseph Vinoy, appartenente al IV Corpo dell'armata francese, raggiunge il Piemonte attraverso il valico del Moncenisio, il 5 maggio 1859 Il 14 maggio 1859 Napoleone III, partito il 10 maggio da Parigi e sbarcato il 12 a Genova, raggiunse il campo di Alessandria per assumere il comando dell'esercito franco-piemontese. Con il grosso dell'esercito rientrato al di qua del Ticino e del Po, il 20 maggio 1859 Gyulai comandò una grande ricognizione a sud di Pavia. Essa venne fermata a Montebello (20-21 maggio) dai francesi del generale Forey, futuro maresciallo di Francia, con l'intervento determinante della cavalleria sarda del colonnello Morelli di Popolo. Il 30 ed il 31 maggio i piemontesi di Enrico Cialdini e di Giacomo Durando riportarono una brillante vittoria alla Battaglia di Palestro. Un contrattacco fu affidato al terzo reggimento degli zuavi del colonnello de Chabron, al quale prese parte lo stesso re Vittorio Emanuele II di Savoia, che fu gratificato del titolo di caporale degli zuavi. Parallelamente avanzavano anche i francesi, che il 2 giugno varcarono il Ticino: essi assicurarono il passaggio battendo gli Austriaci alla battaglia di Turbigo. Gyulai aveva concentrato le proprie forze nei pressi della cittadina di Magenta dove venne assalito il 4 giugno dai francesi i quali riportarono una brillante vittoria. La vittoria è principalmente da attribuire a Patrice de Mac-Mahon e al d'Angely, che in tal modo si guadagnarono sul campo la promozione a maresciallo di Francia, ma vi ebbero un ruolo primario anche il de Wimpffen e il generale Fanti, a capo dell'unico reparto sardo impegnato. Il 5 giugno l'esercito sconfitto sgombrava Milano, dove entrava il 7 giugno Mac-Mahon (preceduto dalle truppe algerine dei Turcos), per preparare l'8 giugno l'ingresso trionfale di Napoleone III e di Vittorio Emanuele attraverso l'arco della Pace e la piazza d'armi (oggi Parco Sempione), dove era schierata la Guardia imperiale, fra le acclamazioni della popolazione. Il 9 giugno il consiglio comunale di Milano votò per acclamazione un indirizzo che, ribadendo la validità del plebiscito del 1848, sanciva l’annessione della Lombardia al Regno di Vittorio Emanuele II. Il 22 maggio i Cacciatori delle Alpi, passarono in Lombardia dal Lago Maggiore a Sesto Calende, con l'obiettivo di operare nella fascia prealpina in appoggio alla offensiva principale. Il 26 difesero Varese da un attacco di superiori forze austriache guidate dal generale Urban. Il 27 maggio batterono il nemico alla battaglia di San Fermo ed occuparono Como, la città maggiore dell'area. Dopo Magenta da lì seguì la ritirata austriaca: l'8 giugno Garibaldi era a Bergamo, il 13 a Brescia, entrambe già evacuate dagli Austriaci. [modifica] Occupazione delle isole di Lussino e di Cherso La flotta franco-sarda prese possesso dell'Isola di Lussino nel golfo del Quarnaro e scesero a terra 3.000 uomini accolti festosamente dalla popolazione che sventolava il tricolore. A loro volta le autorità locali, convinte che ormai il passaggio di sovranità fosse imminente, ricevettero con tutti gli onori i comandanti della flotta. Successivamente i franco-sardi si insediarono anche nell'isola di Cherso Nel frattempo gli Austriaci si raccolsero oltre l’Adda, tappa per le fortezze del Quadrilatero. Gyulai, infatti, aveva intenzione di portare le due armate austriache entro i confini del "quadrilatero", ricalcando la vittoriosa strategia di Radetzky durante la prima guerra di indipendenza. La sera del 6 giugno, una brigata di retroguardia forte di circa 8.000 uomini, oltre a due squadroni di dragoni ed ussari si insediò nella cittadella fortificata di Melegnano che ospitava un ponte in pietra ad arcata unica sul fiume Lambro, adatto al passaggio di carriaggi e truppe, allo scopo di rallentare l'avanzata dell'esercito franco-sardo. La sera dell'8 giugno la città venne presa dai francesi dopo sanguinosissimi combattimenti che causarono 1.000 caduti fra gli attaccanti e 1.200 tra i difensori. Il grosso dell'esercito austriaco aveva proseguito, indisturbato, la sua marcia ed era stato raggiunto a Verona dall'imperatore Francesco Giuseppe che, indispettito dall'apparente arrendevolezza del Gyulai, aveva deciso di assumere il comando delle operazioni in prima persona. I franco-piemontesi ripresero la marcia il 12 giugno: il 13 passarono l'Adda, il 14 raggiunsero Bergamo e Brescia, il 16 passarono l'Oglio, il 21 erano oltre il Chiese. Essi erano giunti, rapidamente, dove Gyulai li aveva attirati, in quella striscia di Lombardia delimitata ad ovest dal Chiese, ad est dal Mincio e a nord dal lago di Garda. Incalzato dal malcontento della pubblica opinione viennese, derivante dalla lunga serie di sconfitte subite dall'esercito austriaco, l'imperatore decise improvvisamente di mutare la strategia difensiva di Gyulai e di prendere l'iniziativa. Confortato dal parere di uno stato maggiore più portato all'adulazione che all'analisi, Francesco Giuseppe diede ordine alle truppe di ripassare il Mincio, tornando ad occupare le posizioni evacuate pochi giorni prima. Gli austriaci non immaginavano che l'esercito franco-sardo avesse già passato il Chiese ed i francesi non credevano di trovarsi di fronte entrambe le armate austriache, convinti che la battaglia decisiva si sarebbe svolta oltre il Mincio, come appariva logico e tatticamente favorevole agli austriaci. I reciproci avvistamenti avvenuti alle ultime luci del 23 giugno, convinsero i francesi di aver preso contatto con l'attardata retroguardia austriaca e gli austriaci di aver preso contatto con le prime avanguardie francesi in ricognizione. Così non era: i due eserciti si trovavano frontalmente schierati, divisi da pochissimi chilometri ed accomunati dall'essere l'uno dell'altro ignari Il 24 giugno i franco-piemontesi vinsero una grande battaglia (normalmente divisa in battaglia di Solferino e battaglia di San Martino), iniziata con un massiccio attacco francese (battaglia di Medole). Al termine dello scontro gli Austriaci furono rigettati oltre il Mincio, ma lì ebbero la possibilità di appoggiarsi alle loro grandi fortezze e ricevere rinforzi dalle varie parti del loro vasto impero. Napoleone III decise, quindi, di avviare colloqui di pace e prese contatto con Francesco Giuseppe. Le operazioni militari non vennero sostanzialmente più riprese. L'8 luglio fu sottoscritto un accordo di sospensione delle ostilità. L'11 luglio i due imperatori si incontrarono in località Villafranca di Verona. Lo stesso giorno e il 12 luglio (quando firmò anche Vittorio Emanuele II) fu sottoscritto l'armistizio di Villafranca. La pace di Zurigo fu negoziata e siglata fra il 10 e l'11 novembre 1859: gli Asburgo cedevano la Lombardia alla Francia, che l'avrebbe assegnata ai Savoia, mentre l'Austria conservava il Veneto, le fortezze di Mantova e Peschiera. I sovrani di Modena, Parma e Toscana (Asburgo-Lorena di Toscana), che nel frattempo erano stati costretti alla fuga da rivolte popolari, rese possibili dalla presenza dell'esercito francese, avrebbero dovuto essere reintegrati nei loro Stati, così come i governanti papalini a Bologna. Tutti gli stati italiani, incluso il Veneto ancora austriaco, avrebbero dovuto unirsi in una confederazione italiana, presieduta dal papa Pio IX. Questo accordo però spaventò molti liberali federalisti come il toscano Bettino Ricasoli, che - seppur riluttante - si decise a porre sempre di più le sorti del suo antico stato nelle mani dei Savoia[1]. [modifica] Conseguenze: l'annessione dei ducati Il trattato era tanto lontano dalla realtà politica, da presentare almeno tre vantaggi per il regno sabaudo la confederazione italiana garantiva, di fatto, la continuazione di un ruolo austriaco nella penisola, risultando sgradita anche ai francesi; le popolazioni dell'Emilia e dell'Italia centrale mostrarono insofferenza all'ipotesi di ritorno dei loro governanti e Cavour seppe convincere le cancellerie europee dei rischi di derive repubblicane, dovuti alla cospirazione mazziniana; il vantaggio territoriale era decisamente inferiore a quanto pattuito a Plombières e quindi, il Piemonte non era più tenuto a cedere Nizza e la Savoia. Per contro, Napoleone III necessitava di tali compensazioni territoriali, per giustificare alla propria opinione pubblica l'enorme prezzo in vite umane sostenute dalla Francia. Non mancavano, quindi, i margini di manovra e Cavour seppe metterli a frutto, compiendo quello che è il suo vero capolavoro da ex-primo ministro, fra l'11 luglio 1859 ed il 19 gennaio 1860, e poi ancora al governo dal 20 gennaio. Nei mesi successivi, infatti, il Piemonte annesse, oltre alla Lombardia, anche Parma, Modena, l'Emilia, la Romagna e la Toscana. Mancavano le Marche e l'Umbria, che venivano nel frattempo riprese dai papalini (uno dei più sanguinosi episodi della "riconquista" papale fu il massacro di Perugia del 20 giugno 1859). Solo a seguito di detti avvenimenti il 24 marzo 1860 il Piemonte accettò di firmare il Trattato di Torino, in base al quale venivano cedute la Savoia e Nizza (tranne Tenda, che la Francia poté pretendere solo nel 1947, a seguito del Trattato di Pace che chiuse la seconda guerra mondiale). [modifica] Il seguito: la spedizione dei Mille Con tali operazioni si compì di fatto la prima fase dell'unità d'Italia; rimanevano ancora separati dal Regno d'Italia Roma e gran parte del Lazio, possesso del Papa, ed il Veneto, in mano agli Austriaci.